Roma, 8 maggio 2026 – Un’analisi dell’Osservatorio previdenza della Cgil evidenzia un quadro preoccupante per i lavoratori pubblici italiani: potrebbero essere necessari fino a 49 anni di lavoro prima di poter accedere alla pensione di vecchiaia, a causa di una serie di interventi legislativi che allungano i tempi e riducono gli assegni pensionistici.
Pensioni, allungamento delle finestre mobili e adeguamento alla speranza di vita
La legge di Bilancio 2024 ha introdotto un progressivo allungamento delle finestre mobili per la pensione anticipata, che dal 2028 arriveranno a 9 mesi. Ciò significa che, anche dopo aver maturato i requisiti contributivi, i lavoratori dovranno attendere ulteriormente prima di andare in pensione. Inoltre, il meccanismo automatico di adeguamento dei requisiti pensionistici alla speranza di vita continua a spostare in avanti l’età di uscita dal lavoro. La legge di Bilancio 2026 ha temporaneamente limitato l’aumento previsto dal 2027, ma dal 2028 gli innalzamenti torneranno a regime, rendendo più difficile il pensionamento anticipato.
Revisione delle aliquote di rendimento e impatto economico
Un altro elemento critico riguarda la revisione delle aliquote di rendimento introdotta sempre dalla legge di Bilancio 2024. Questa modifica colpisce soprattutto i lavoratori con carriere “miste”, ovvero coloro che hanno maturato contributi sia con il sistema retributivo sia con quello contributivo. Secondo le simulazioni della Cgil, le perdite economiche possono essere molto rilevanti: per stipendi medi di 30 mila euro annui, il taglio può superare i 6 mila euro l’anno, mentre per redditi più elevati (fino a 70 mila euro) le riduzioni possono superare i 14 mila euro annui. Proiettando queste perdite sull’intera vita pensionistica, il danno può arrivare fino a oltre 270 mila euro.
L’analisi riguarda oltre 732 mila trattamenti pensionistici di dipendenti pubblici, in particolare nei comparti degli enti locali, della sanità, delle scuole parificate e degli ufficiali giudiziari. Per il personale sanitario, nonostante la presenza di meccanismi di salvaguardia, la necessità di lavorare più a lungo per evitare tagli permanenti agli assegni pensionistici è evidente.
La Cgil definisce queste misure “una scelta profondamente sbagliata e iniqua”, sottolineando che si tratta di interventi retroattivi che modificano le aspettative previdenziali costruite in decenni di lavoro e che scaricano il costo dell’equilibrio finanziario del sistema sulle spalle dei dipendenti pubblici.
