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Saviano vince in tribunale contro Salvini: dire “Ministro della mala vita” non è diffamazione

Il tribunale di Roma ha stabilito che le parole pronunciate dallo scrittore rientrano nel diritto di critica e non configurano alcun reato

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Roberto Saviano

Roberto Saviano | ANSA/MOURAD BALTI TOUATI - Alanews.it

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

Si chiude con un’assoluzione il lungo procedimento giudiziario che vedeva contrapposti Roberto Saviano e Matteo Salvini. Il tribunale di Roma ha stabilito che l’espressione “ministro della mala vita”, utilizzata dallo scrittore nel 2018, non costituisce reato. Dopo anni di udienze e rinvii, i giudici hanno dunque escluso la diffamazione.

Il caso nato nel 2018

La vicenda affonda le radici nel periodo in cui Salvini era alla guida del Viminale. In risposta ad alcune dichiarazioni del leader della Lega sulla sua scorta, Saviano aveva replicato con parole molto dure, accusandolo e definendolo appunto “ministro della mala vita”. Un’espressione che aveva acceso immediatamente lo scontro politico e mediatico, portando alla querela.

Nel suo intervento, lo scrittore aveva anche collegato le parole del ministro al tema delle minacce mafiose, sostenendo che certi messaggi potessero avere conseguenze pericolose.

Saviano e il riferimento storico a Salvemini

Nel corso del processo è emerso anche il significato storico della frase utilizzata da Saviano. L’espressione, infatti, non è originale, ma riprende una celebre definizione usata da Gaetano Salvemini nei confronti di Giovanni Giolitti durante le elezioni del 1909.

Lo scrittore ha più volte rivendicato questa citazione, spiegando di aver utilizzato uno “strumento salveminiano” per esprimere una critica politica, e non un attacco personale fine a sé stesso.

Le parole di Saviano dopo la sentenza

All’uscita dall’aula, Saviano ha commentato la decisione con toni duri nei confronti di Salvini, accusandolo di averlo preso di mira per anni anche durante le campagne elettorali. Ha ricordato in particolare le polemiche sulla sua scorta, sostenendo che metterne in discussione la necessità equivalga a esporlo a rischi concreti.

Lo scrittore ha poi dedicato la sentenza proprio a Salvemini, sottolineando come quelle parole, a distanza di oltre un secolo, continuino a colpire il potere.

Un processo lungo tra polemiche e rinvii

Il procedimento giudiziario si è protratto per diversi anni ed è stato accompagnato da frequenti tensioni. Non sono mancati rinvii e momenti di scontro, come nel 2023 quando Salvini non si presentò in aula per testimoniare, scatenando la reazione dello scrittore.

In più occasioni Saviano ha accusato il leader leghista di utilizzare le querele come strumento intimidatorio, parlando apertamente di azioni volte a colpire i suoi avversari.

La testimonianza di Salvini

Quando Salvini ha infine testimoniato, le sue dichiarazioni hanno fatto discutere. Il vicepremier ha ridimensionato alcune affermazioni passate, spiegando di non voler polemizzare sulla scorta dello scrittore e riconoscendo implicitamente la legittimità della misura di protezione.

Ha inoltre dichiarato di non conoscere nel dettaglio le norme che regolano l’assegnazione delle scorte, prendendo le distanze da precedenti dichiarazioni più dure.

Con la sentenza del tribunale di Roma, la vicenda arriva ora a una conclusione: le parole pronunciate da Saviano rientrano nel diritto di critica e non configurano alcun reato, salvo eventuali sviluppi legati a possibili ricorsi.

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