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Le compagnie aeree hanno perso 53 miliardi dall’inizio della guerra in Iran

Il conflitto in Medio Oriente provoca crollo dei titoli aerei, aumento del costo del carburante e forti disagi nei principali hub, aggravando la crisi globale del settore

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Le maggiori compagnie aeree mondiali perdono 53 miliardi dopo l’inizio della guerra Iran-USA-Israele

Le maggiori compagnie aeree mondiali perdono 53 miliardi dopo l’inizio della guerra Iran-USA-Israele

Marco Andreoli di Marco Andreoli

Classe 1999, ho studiato Storia alla Statale di Milano. Dal 2021 scrivo per diverse testate, dal calcio dilettantistico per Sprint e Sport, alla cronaca nazionale per Il Giornale d'Italia, mantenendo anche un focus particolare sugli Esteri.

Roma, 22 marzo 2026 – Le 20 maggiori compagnie aeree quotate in borsa a livello mondiale hanno subito una perdita complessiva di circa 53 miliardi di dollari di valore dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, scatenata il 28 febbraio scorso. A riportarlo è il Financial Times, che definisce questa fase come la peggiore crisi del settore aereo dalla pandemia di COVID-19.

Impatti sulla mobilità aerea della guerra in Iran

Il conflitto ha causato notevoli disagi negli aeroporti hub del Golfo, con frequenti blocchi e cancellazioni dei voli nelle rotte mediorientali strategiche. La situazione si aggrava a causa della possibile carenza di carburante jet, il cui prezzo è più che raddoppiato dall’inizio della guerra. Questo aumento dei costi energetici si riflette immediatamente sui bilanci delle compagnie, aumentando l’incertezza sul futuro del traffico aereo internazionale.

L’instabilità nel Golfo Persico, in particolare con il blocco dello Stretto di Hormuz, passa da un mero problema logistico a una vera emergenza per i mercati energetici globali. Lo Stretto, cruciale per il transito di petrolio e gas, è diventato un punto nevralgico di tensione geopolitica, con l’Iran che ha minacciato di limitare il passaggio alle petroliere, a condizione che il petrolio venga scambiato in yuan e non più in dollari.

Le ripercussioni regionali

L’escalation militare voluta dagli Stati Uniti, guidata dall’amministrazione Trump, ha visto un’intensificazione dei raid aerei e l’impiego di una vasta flotta navale, inclusa la portaerei USS George H.W. Bush. Sebbene il presidente statunitense abbia finora escluso un’invasione terrestre su larga scala, si discute internamente la possibilità di schierare piccoli contingenti militari per operazioni mirate, soprattutto per mettere in sicurezza le scorte di uranio iraniano e garantire la stabilità della regione.

Le agenzie di intelligence italiane sottolineano inoltre che l’Iran dispone di un vasto arsenale missilistico, con circa 5.000 missili sotterranei, distribuiti in tunnel strategici che consentono rapide azioni di attacco e altrettanto veloci ritirate. Gli attacchi iraniani si concentrano in particolare sui Paesi del Golfo, con l’obiettivo di destabilizzare il commercio petrolifero e indurre i governi arabi a spingere per una cessazione delle ostilità.

In questo contesto, la guerra in Medio Oriente continua a pesare non solo sulle dinamiche geopolitiche ma anche sull’economia globale, con il settore aereo tra i più colpiti a causa dell’aumento dei costi operativi e delle interruzioni nei trasporti internazionali.

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