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Crisi in Iran, 5 scenari tra incertezza globale e rischi per il regime di Teheran

Le tensioni tra Washington e Teheran alimentano l’incertezza globale: analisti Usa delineano cinque possibili sviluppi per la crisi iraniana, tra diplomazia e rischio escalation

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Un gruppo di manifestanti partecipa alle proteste in Iran

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Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Washington, 11 marzo 2026 – I segnali contrastanti sul conflitto in Iran, provenienti dall’amministrazione Trump e dal Pentagono, continuano a generare incertezza tra gli alleati e sui mercati globali. Ogni giorno senza una soluzione definitiva aggrava ulteriormente la situazione economica negli Stati Uniti e l’instabilità finanziaria mondiale. Gli esperti statunitensi individuano cinque possibili scenari per la conclusione della crisi iraniana, che riflettono la complessità politica e militare della regione.

Cinque scenari per il futuro dell’Iran

1) Il modello Venezuela: un leader in continuità col regime di Khamenei che negozia con gli Usa. Questo scenario prevede la permanenza di un capo filo-regime che accetti accordi con Washington, simile a quanto accaduto a Caracas dopo Maduro. Tuttavia, il presidente Donald Trump ha recentemente criticato la nomina di Mojtaba Khamenei, definendola “un grosso errore” da parte di Teheran, e molti analisti ritengono che il paragone con il Venezuela sia inadeguato. Il regime iraniano ha infatti resistito per quasi mezzo secolo a sanzioni, guerre e rivolte interne, grazie a un complesso sistema di istituzioni militari, religiose e politiche disegnate per garantire la sopravvivenza indipendentemente dal leader in carica. Inoltre, per i manifestanti che hanno rischiato la vita per un cambiamento radicale, un leader sostenuto dagli Stati Uniti sarebbe visto come un tradimento.

2) Rivolta popolare e crollo del regime. La morte dell’ayatollah Ali Khamenei, avvenuta lo scorso 28 febbraio durante un raid aereo congiunto di Israele e Stati Uniti, ha scosso profondamente il Paese. L’economia iraniana è in crisi e le proteste più vaste dagli anni della rivoluzione del 1979 continuano a scuotere la società. Tuttavia, l’opposizione manca di un leader unificato e di una forza organizzata all’interno del territorio. Tra le figure più note, il principe ereditario in esilio Reza Pahlavi gode di una certa popolarità, ma la sua credibilità è stata sminuita dallo stesso Trump. L’eventuale coinvolgimento delle forze curde appoggiate da Israele potrebbe fornire un supporto via terra, ma i rischi di una guerra civile simile a quella siriana sono elevati.

3) Blitz delle forze speciali Usa e Israele contro l’arsenale nucleare iraniano. Questa opzione contempla un attacco mirato per eliminare la minaccia dell’uranio arricchito e prendere il controllo strategico dell’isola di Kharg, terminale cruciale per il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Il controllo dell’isola consentirebbe di chiudere gran parte delle entrate economiche del regime, ma finora Kharg non è stato colpito dai bombardamenti.

4) Cessate il fuoco negoziato e accordo sul nucleare. Questa è la soluzione auspicata a Washington. Trump ha lasciato aperta la possibilità di riprendere i colloqui, anche se rimane irrisolto il nodo del programma missilistico iraniano, che ha fatto saltare le trattative prima dello scoppio del conflitto. L’operazione ‘Epic Fury’ ha avuto come obiettivo principale proprio la fine del programma nucleare iraniano.

5) Trump dichiara vittoria e ritiro delle truppe. Il presidente statunitense ha più volte affermato che “la guerra finirà presto”. I mercati sembrano scommettere su questa ipotesi, ma Trump ha anche avvertito che lasciare il potere a un leader “sbagliato” potrebbe costringere gli Stati Uniti a tornare in guerra entro cinque anni. La conclusione dell’operazione potrebbe richiedere il coinvolgimento di Israele, la cui adesione non è affatto scontata.

La figura di Ali Khamenei e l’attuale quadro politico

Ali Khamenei, morto il 28 febbraio 2026 durante un raid aereo congiunto Usa-Israele, è stato la seconda Guida Suprema dell’Iran dal 1989, nonché ex presidente dal 1981 al 1989. La sua lunga leadership, durata quasi 37 anni, ha segnato profondamente la politica interna e internazionale iraniana. Considerato un’autorità religiosa e politica, Khamenei ha sostenuto il programma nucleare civile iraniano pur emanando una fatwa contro la produzione di armi nucleari.

Durante il suo mandato, ha consolidato il potere del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), strumento chiave per il controllo interno e l’influenza regionale. Durante il suo governo ci sono state repressioni politiche, limitazioni dei diritti civili e numerose proteste popolari, inclusi i grandi movimenti del 1999, 2009, 2017-2018 e 2022-2023. Il suo successore designato è Mojtaba Khamenei, nominato ufficialmente dall’Assemblea degli Esperti l’8 marzo 2026.

Il contesto attuale è quindi segnato da un regime indebolito, da un’opposizione frammentata e da una complessa rete di influenze militari e politiche che rendono incerta ogni previsione sulla stabilità futura dell’Iran e sulla possibile conclusione del conflitto in corso.

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