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Arrestato Giuseppe Calabrò, ergastolo per il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti

Fermato nella notte a Milano Giuseppe Calabrò, figura di spicco della ‘ndrangheta e già condannato per l’omicidio Mazzotti: decisiva l’operazione “Doppia Curva”

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Cristina Mazzotti

Il caso Cristina Mazzotti e l'arresto di Giuseppe Calabrò | FACEBOOK/LIBERA (COMO)

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Milano, 7 febbraio 2026 – Giuseppe Calabrò, condannato all’ergastolo per il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti, è stato fermato nella notte dagli agenti della Squadra Mobile di Milano. Calabrò, noto con il soprannome di “Dutturicchiu“, era libero in attesa dei gravi di giudizio dopo la sua condanna emessa il 4 febbraio scorso dalla Corte d’Assise di Como. L’arresto è stato disposto dai pm Paolo Storari, Pasquale Addesso e Stefano Ammendola in seguito alle risultanze investigative dell’operazione “Doppia Curva”, che hanno confermato il suo ruolo di spicco nel mondo criminale calabrese, con contatti di alto livello sia in Calabria che nel Nord Italia.

Il caso Mazzotti: il rapimento e la tragica fine di Cristina

La vicenda di Cristina Mazzotti risale al 30 giugno 1975 quando la studentessa milanese, figlia dell’imprenditore Elios Mazzotti, venne rapita a Eupilio (Como) mentre rientrava a casa dopo aver festeggiato la promozione al liceo. La giovane fu sequestrata da una banda criminale composta da tredici persone e tenuta prigioniera in condizioni disumane in una buca scavata all’interno di un garage a Castelletto Ticino, senza sufficiente aerazione e costretta a ingerire massicce dosi di tranquillanti. La prigionia durò 27 giorni, durante i quali la ragazza venne nutrita in modo insufficiente e infine morì tra il 30 luglio e il 1º agosto 1975. Il suo corpo fu abbandonato in una discarica a Galliate (Novara) e ritrovato il 1° settembre.

Nel corso degli anni, numerosi processi hanno visto condanne per i vari componenti della banda. Solo di recente, il 4 febbraio 2026, la Corte d’Assise di Como ha condannato all’ergastolo Giuseppe Calabrò e Demetrio Latella per il concorso nell’omicidio aggravato della giovane, mentre Antonio Talia è stato assolto.

Emergono nuovi dettagli dall’inchiesta “Doppia Curva” sulle infiltrazioni della ’ndrangheta nelle curve degli stadi di San Siro, che coinvolge figure di spicco della criminalità calabrese. In particolare, dalle intercettazioni risulta che Giuseppe Calabrò, noto come “Dutturicchiu” e condannato in primo grado all’ergastolo per il sequestro e l’omicidio di Cristina Mazzotti, abbia svolto un ruolo centrale nel supporto alle attività illecite legate alla gestione estorsiva dei parcheggi dello stadio.

Giuseppe Calabrò, il “Dutturicchiu”: un profilo criminale complesso

Originario dell’Aspromonte e oggi 74enne, Calabrò vanta un lungo curriculum criminale che spazia da condanne per detenzione di armi, assegni a vuoto, ricettazione e traffico di droga, pur essendo stato assolto per insufficienza di prove dall’accusa di mafia. Gli investigatori dell’operazione “Doppia Curva” lo descrivono come un uomo di eccezionale scaltrezza, estremamente guardingo e misurato nelle comunicazioni, tanto da rendere difficile il suo monitoraggio. Calabrò non è un boss tradizionale della ’ndrangheta, ma un “ambasciatore” e “risolutore di problemi” all’interno delle cosche calabresi, garantendo protezione e mediazione tra le famiglie mafiose.

Dalle intercettazioni emerge che Calabrò ha fornito protezione a Giuseppe Caminiti, altro arrestato nell’inchiesta e condannato per estorsione, affinché potesse gestire con modalità estorsive i parcheggi di San Siro. Caminiti stesso ha dichiarato che Calabrò era disposto a compiere atti violenti per mantenere il controllo degli affari. Caminiti è stato definito dai pm come “il re dei parcheggi di San Siro”, e la sua posizione era rafforzata dall’appoggio di Calabrò, definito come il “numero uno in assoluto dei calabresi” e “re della Costa Azzurra”.

L’arresto di Calabrò rappresenta un ulteriore passo nell’inchiesta sulla ‘ndrangheta e la sua capacità di infiltrarsi in ambiti insospettabili, confermando la sua fama di “risolutore di problemi” e “ombrello” che protegge gli interessi criminali al Nord come in Calabria.

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