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Witkoff atteso in Egitto: domani partono i negoziati tra Israele e Hamas

Il negoziato tra Israele e Hamas si apre a Sharm el-Sheikh con la mediazione USA: ostaggi, ritiro delle truppe e aiuti umanitari al centro del confronto diplomatico

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Steven Witkoff, inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente

Steven Witkoff, inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente | Ansa - Alanews.it

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Gerusalemme, 4 ottobre 2025 – L’Egitto si candida a teatro di un importante dialogo intra-palestinese che ha come obiettivo l’unità politica dei palestinesi e il futuro della Striscia di Gaza, inclusa la sua amministrazione. Lo ha annunciato un funzionario di Hamas all’agenzia AFP, confermando che il Cairo ospiterà la conferenza dedicata al destino di Gaza.

I nodi critici dei colloqui tra Hamas e Israele: ostaggi e ritiro delle truppe

Si avvicina il primo round di negoziati tra Israele e Hamas, che dovrebbe aprirsi domani in Egitto, nella località turistica di Sharm el-Sheikh. Steve Witkoff, inviato speciale degli USA in Medio Oriente, si sta preparando a recarsi nel Paese nordafricano per mediare il dialogo, secondo quanto riportano fonti israeliane.

Un punto di attrito fondamentale emerge già prima dell’inizio delle trattative. Le autorità israeliane, riferisce Channel 12, ritengono che Hamas intenda legare il rilascio degli ostaggi al ritiro delle forze di difesa israeliane (IDF) dalla Striscia di Gaza, complicando così la separazione delle due questioni negoziali. Israele propone un ritiro parziale, mentre Hamas insiste per un ritiro completo, aprendo una significativa discussione che coinvolgerà anche l’intervento degli USA, che difficilmente permetteranno compromessi territoriali che possano compromettere gli accordi raggiunti.

Scenario politico e diplomatico internazionale

Il contesto diplomatico si fa sempre più articolato. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, ha annunciato una riunione prevista per il 9 ottobre a Parigi, con l’obiettivo di fare il punto sulla pace a Gaza, coinvolgendo i principali Paesi del mondo arabo e gli Stati Uniti. Nel frattempo, il leader palestinese Mahmoud Abbas ha accolto favorevolmente le ultime dichiarazioni sulla volontà di Hamas di rilasciare gli ostaggi e ha chiesto un cessate il fuoco totale, oltre a sollecitare la consegna urgente di aiuti umanitari tramite le Nazioni Unite.

Sul fronte interno israeliano, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione di emergenza dopo la risposta di Hamas al piano proposto da Trump, escludendo dalla consultazione i ministri di estrema destra Smotrich e Ben-Gvir. Nonostante valuti negativamente la risposta di Hamas, Netanyahu continua a sostenere l’impegno del presidente americano, non vedendo alternative per la prosecuzione del processo di pace.

La situazione sul terreno resta complessa, con le forze israeliane che mantengono l’accerchiamento di Gaza City, sconsigliando ai civili di avvicinarsi alle aree di combattimento. Intanto, Hamas ha confermato la propria disponibilità a iniziare i colloqui sulle questioni in sospeso, inclusi il rilascio degli ostaggi e le condizioni per la cessazione delle ostilità.

L’arrivo di Witkoff in Egitto rappresenta dunque un momento cruciale per definire i contorni di un possibile accordo di pace, in un contesto di forte tensione e divisioni interne a entrambe le parti coinvolte.

Hamas, conferenza egiziana per unità palestinese e futuro di Gaza

Secondo quanto riferito da Hamas, la conferenza in Egitto rappresenta un tentativo di rilanciare i negoziati interni per risolvere le questioni pendenti relative all’accordo di cessate il fuoco promosso dal presidente statunitense Donald Trump. Un alto funzionario del movimento ha dichiarato che Hamas è pronta ad avviare immediatamente i colloqui per definire tutti i nodi irrisolti, inclusa l’amministrazione della Striscia di Gaza. Il gruppo ha inoltre annunciato la disponibilità a liberare tutti gli ostaggi detenuti nel territorio, senza però accettare le richieste di disarmo e di esilio dal territorio palestinese al termine del conflitto.

Parallelamente, la Lega Araba ha approvato un piano egiziano per la ricostruzione di Gaza, articolato in tre fasi: misure provvisorie, ricostruzione e governance. Il piano prevede un periodo di sei mesi durante il quale un comitato di tecnocrati palestinesi, sotto la direzione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), si occuperà della rimozione delle macerie e del ripristino delle infrastrutture principali. Successivamente, la ricostruzione a lungo termine comprenderà la costruzione di centinaia di migliaia di abitazioni e il recupero di servizi essenziali quali acqua, elettricità e telecomunicazioni, con un progetto complessivo della durata di quattro-cinque anni.

Reazioni internazionali e ruolo dell’Egitto

La proposta egiziana, sostenuta dalla Lega Araba, mira a riaffermare la governance dell’ANP a Gaza, sostituendo di fatto il controllo di Hamas con un’amministrazione tecnica palestinese. Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha annunciato che il prossimo mese si terrà al Cairo una conferenza internazionale per mobilitare fondi regionali e globali a sostegno della ricostruzione.

Tuttavia, il piano è stato respinto da Israele, che ha criticato la mancata condanna esplicita degli attacchi terroristici del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas nel comunicato finale del vertice arabo. Il governo israeliano ha invece elogiato l’iniziativa statunitense di trasferire la popolazione palestinese dalla Striscia, considerandola un’opportunità per la popolazione locale.

L’Egitto, in questo contesto, mantiene un ruolo cruciale sia come mediatore politico sia come principale attore regionale impegnato a definire il futuro della Striscia di Gaza, nonostante le recenti tensioni con Israele, conseguenza del raid israeliano a Doha che ha portato al ridimensionamento dei contatti di coordinamento tra Il Cairo e Tel Aviv.

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