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Alberto Trentini, 300 giorni di carcere in Venezuela: qual è la situazione?

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Uno striscione in sostegno della liberazione di Alberto Trentini

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Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Caracas, 12 settembre 2025 – Sono passati 300 giorni da quando Alberto Trentini, cooperante italiano, è detenuto nel carcere venezuelano El Rodeo I, situato nello Stato di Miranda, a circa 30 chilometri da Caracas. Questa ricorrenza segna un traguardo drammatico, che riaccende i riflettori su un caso che continua a rimanere avvolto da un profondo silenzio istituzionale e diplomatico.

Le condizioni di detenzione e il silenzio diplomatico

Nonostante le sollecitazioni, le informazioni sulle sue reali condizioni sono scarse. Il cooperante, impegnato in missioni umanitarie con l’ONG Humanity & Inclusion, era giunto in Venezuela nell’ottobre 2024. È stato arrestato il 15 novembre, mentre si spostava verso Guasdalito insieme all’autista dell’organizzazione, senza che le autorità venezuelane abbiano mai formalizzato accuse precise. Le ipotesi di reato, che parlano di terrorismo e cospirazione, appaiono come strumentalizzazioni politiche del regime di Nicolás Maduro, secondo quanto denunciato dalla famiglia e dagli avvocati.

Il ministro degli Esteri venezuelano, Yván Gil, in un’intervista alla CNN ha confermato che Trentini è sotto processo, ma ha negato violazioni dei diritti umani, affermando che “c’è una causa in corso, che continuerà”. Tuttavia, questa posizione si traduce in un muro di chiusura verso ogni forma di dialogo diplomatico con l’Italia. L’inviato speciale della Farnesina, Luigi Vignali, nominato dal ministro Antonio Tajani per seguire i casi degli italiani detenuti in Venezuela, è stato respinto senza poter incontrare né funzionari governativi né i detenuti durante una missione a Caracas lo scorso agosto.

L’appello della famiglia di Alberto Trentini

I pochi contatti telefonici tra il detenuto e la famiglia – due chiamate, il 16 maggio e il 26 luglio, di pochi minuti – sono stati l’unico momento di conforto per i suoi cari. La madre, Armanda Colusso, ha più volte lanciato appelli pubblici per la liberazione del figlio, sottolineando la sofferenza crescente e chiedendo un intervento immediato: “Nove mesi sono troppi, Alberto deve tornare a casa subito”. La sua voce si è fatta sentire anche durante la scorsa Mostra del Cinema di Venezia, attirando l’attenzione su una situazione che non può più essere ignorata.

Anche la società civile e la politica italiana si sono mobilitate. La segretaria del PD, Elly Schlein, ha partecipato a un sit-in a Roma, esortando il governo a un impegno concreto: “Alberto Trentini non ha colpe se non quella della generosità di andare nel mondo a aiutare chi è più in difficoltà”. Don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, ha denunciato i silenzi e le ambiguità di fronte a un caso che riguarda diritti umani fondamentali.

La posizione delle istituzioni italiane e le prossime mosse

La Farnesina ha manifestato l’intenzione di continuare a lavorare per la liberazione di Trentini, ma finora i risultati sono stati limitati. Il rifiuto delle autorità venezuelane di avviare un dialogo diretto e la mancanza di trasparenza sulle accuse e sulle condizioni di detenzione rappresentano un ostacolo grave. La Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha già dichiarato che la detenzione senza accuse formali e senza contatti regolari costituisce una situazione di rischio urgente e irreparabile, invitando Caracas a garantire integrità fisica e psicologica a Trentini.

I familiari e i loro legali, in particolare l’avvocata Alessandra Ballerini, chiedono che il caso non venga dimenticato, che si mantenga alta l’attenzione pubblica e che il governo italiano intensifichi gli sforzi diplomatici.

La detenzione di Alberto Trentini, simbolo della lotta per i diritti umani

Il caso rappresenta molto più di una vicenda personale. È diventato un simbolo della necessità di tutela dei cooperanti umanitari e del rispetto dei diritti umani in contesti difficili. Trentini, che da oltre vent’anni si dedica con impegno al sostegno delle persone più vulnerabili, si trova invece vittima di una detenzione arbitraria e di un silenzio istituzionale che rischia di prolungare una sofferenza inaccettabile.

La pressione pubblica, la mobilitazione politica e l’appello incessante della famiglia cercano di rompere questo silenzio assordante.

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