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Detenuto morto in cella nel 2018, si indaga sull’ipotesi omicidio. Un testimone: “È stato ucciso da tre agenti”

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La cella di una prigione

La cella di una prigione | Pixabay @Ichigo121212 - Alanews.it

Redazione di Redazione

Andrea Di Nino, morto nel carcere Mammagialla di Viterbo il 21 maggio 2018, è stato ucciso, secondo la famiglia e un testimone. La procura ha riaperto le indagini con l’ipotesi di omicidio volontario. Familiari chiedono sospensione del processo a causa di nuove prove

La morte di Andrea Di Nino, avvenuta il 21 maggio 2018 nel carcere di Mammagialla a Viterbo, continua a sollevare interrogativi inquietanti e a far emergere nuovi sviluppi che potrebbero fare luce su un caso controverso. I familiari di Andrea sono sempre stati convinti che la sua morte non sia stata un suicidio, ma piuttosto un omicidio. Recentemente, la procura di Viterbo ha riaperto le indagini, ora con l’ipotesi di omicidio volontario a carico di ignoti, grazie alla testimonianza di un detenuto che era vicino di cella con Andrea.

Rivelazioni scioccanti

Il testimone ha rivelato particolari agghiaccianti riguardo l’episodio che avrebbe preceduto la morte di Di Nino. Secondo il suo racconto, tre agenti della polizia penitenziaria, noti per il loro comportamento violento, avrebbero fatto irruzione nella cella di Andrea. Il detenuto avrebbe chiesto aiuto e, nel caos, sarebbe stato portato via a spalla dagli agenti, con uno di loro che, in un commento macabro, avrebbe esclamato: “Questo è morto”. Tali affermazioni hanno spinto la procura a rivedere la narrazione ufficiale degli eventi, che sostiene che Andrea fosse stato trovato impiccato nella cella di isolamento, con un lenzuolo incastrato nello stipite della finestra.

Contestazioni della versione ufficiale

La versione ufficiale, che ha descritto il suicidio come l’atto di un uomo disperato, è stata contestata dai familiari di Di Nino. I suoi fratelli hanno presentato una denuncia, affermando con fermezza che Andrea non si sarebbe mai tolto la vita. All’epoca della sua morte, il 36enne stava scontando una serie di pene per reati minori e si trovava in procinto di terminare la sua detenzione, nutrendo la speranza di poter tornare a casa dai suoi figli. I familiari sostengono che Andrea avesse espresso più volte il desiderio di rivedere la madre malata e che le sue continue richieste di contatti con lei avessero attirato l’attenzione negativa degli agenti.

Un simbolo di ingiustizia

Il caso Di Nino è emblematico di una problematica più ampia che affligge il sistema carcerario italiano: la violenza e l’abuso di potere da parte di alcune figure della polizia penitenziaria. Le testimonianze di detenuti riguardo a maltrattamenti sono, purtroppo, molto comuni e sollevano interrogativi sulla supervisione e sulla responsabilità all’interno delle carceri. La riapertura delle indagini offre una possibilità di giustizia non solo per Andrea, ma anche per tutti coloro che hanno subito violenze simili in contesti di detenzione.

Si sta svolgendo un procedimento per omicidio colposo a carico di alcuni funzionari legati alla gestione della salute dei detenuti, inclusi un medico e un assistente capo della polizia penitenziaria. Tuttavia, la famiglia di Di Nino, assistita dall’avvocato Nicola Triusciuoglio, sta chiedendo la sospensione del processo in vista delle nuove rivelazioni emerse, che potrebbero cambiare radicalmente la direzione delle indagini.

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