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Home Tecnologia

WhatsApp, Telegram e Signal rischiano lo stop? Lo Stato potrebbe spegnere tutto

by Andrea Casamassima
28 Luglio 2025

Il futuro della messaggistica istantanea in Italia potrebbe cambiare radicalmente. Le app più usate dagli italiani – WhatsApp, Telegram e Signal – sono finite nel mirino del Ministero dell’Interno. Il motivo? La volontà di regolare le piattaforme che usano crittografia end-to-end con nuove norme più rigide, sul modello di quelle applicate alle compagnie telefoniche. Il piano è stato annunciato pubblicamente dal Ministro Matteo Piantedosi e non esclude, nei casi più estremi, l’interruzione del servizio.

Una misura che divide l’opinione pubblica: per alcuni è una forma necessaria di controllo per garantire la sicurezza nazionale, per altri è una minaccia alla libertà digitale. Ma l’obiettivo del Governo è chiaro: far sì che queste app non siano più zone franche, ma soggette a responsabilità precise e verificabili.

Nasce un’autorità per controllare le chat

Durante un’intervista televisiva, il Ministro Piantedosi ha annunciato l’intenzione di creare un’autorità di controllo dedicata alle app di messaggistica, con sede all’interno del Ministero dell’Interno. L’organo sarà sotto la supervisione della Polizia Postale e avrà il compito di monitorare, vigilare e – se necessario – sanzionare le piattaforme che non rispettano le nuove regole.

I poteri di questa autorità comprenderanno anche l’interruzione del servizio in casi estremi, come risposta a mancate collaborazioni o violazioni gravi delle normative. Il Governo intende imporre a queste aziende l’obbligo di avere sedi fisiche in Europa, così da poter esercitare una giurisdizione diretta e ottenere dati rilevanti per le indagini giudiziarie.

Obblighi simili alle compagnie telefoniche

L’iniziativa si ispira al principio di equità normativa tra il settore telefonico e quello digitale. Secondo Piantedosi, è ormai urgente che WhatsApp e simili si allineino agli stessi standard di trasparenza e collaborazione imposti agli operatori telefonici. Questo significa, tra le altre cose, la possibilità per le autorità italiane di intervenire nelle indagini, accedendo – dove possibile – alle informazioni necessarie.

La proposta richiama un appello lanciato mesi fa anche dal Capo della Polizia, che aveva sottolineato la difficoltà, per le forze dell’ordine, di agire su piattaforme che si sottraggono alla legislazione nazionale. In quell’occasione era stata evidenziata anche l’importanza di una sinergia tra pubblico, privato e ricerca accademica per affrontare le sfide digitali.

Crittografia e guerra ibrida: le nuove minacce

Uno dei principali punti critici resta la crittografia end-to-end. Si tratta di un sistema che protegge le conversazioni in modo che nessuno – nemmeno i gestori delle app – possa accedervi. Una garanzia per la privacy degli utenti, ma anche un ostacolo enorme per la giustizia, che non può monitorare comunicazioni legate a crimini gravi, terrorismo o traffico illecito.

Secondo Piantedosi, la proposta risponde a una necessità di sicurezza nazionale, in un contesto segnato da nuove minacce come la guerra ibrida e le interferenze digitali. Proprio per questo motivo, l’autorità prevista dovrebbe lavorare in stretto coordinamento con l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, il Garante della Privacy e l’AGCOM, per garantire un bilanciamento tra sicurezza e diritti fondamentali.

Si riaccende il dibattito politico

Il tema è destinato a spaccare la politica. La maggioranza sembra favorevole a un controllo più incisivo sulle piattaforme digitali, ma l’opposizione solleva dubbi sulla libertà di espressione e sul rischio di censura. Le chat sono oggi strumenti centrali per la comunicazione privata e pubblica, e la possibilità di oscurarle solleva interrogativi sul potere dello Stato in ambito digitale.

Molti temono che un controllo eccessivo possa aprire la strada a scenari di sorveglianza diffusa, mentre altri ritengono che una regolamentazione seria possa essere l’unico modo per contrastare fenomeni pericolosi e proteggere i cittadini.

La domanda resta aperta: difesa della sicurezza o bavaglio tecnologico? L’Italia è pronta a rinunciare a WhatsApp pur di avere più controllo?

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