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Home Sport

Damien Touzé racconta l’ultima drammatica telefonata alla moglie dopo l’incidente

Il ciclista francese Damien Touzé racconta il dramma vissuto dopo la caduta al Tour dell’Oman: cure inadeguate, paura e un difficile recupero tra Belgio e famiglia

by Giacomo Camelia
10 Aprile 2026
Damien Touzé

Rebexho, CC0, via Wikimedia Commons

Parigi, 10 aprile 2026 – Damien Touzé, ciclista francese della squadra Cofidis, ha recentemente condiviso con L’Équipe la drammatica esperienza vissuta il 10 febbraio scorso durante il Tour dell’Oman, dove una caduta devastante lo ha portato sull’orlo della morte. Il corridore di 29 anni ha raccontato di aver chiamato la moglie Sofia, convinto di non farcela, per rivolgerle un ultimo messaggio d’amore per il loro figlio. Questo episodio ha segnato un momento di profonda angoscia sia per Touzé sia per la sua famiglia, in un contesto di cure mediche inizialmente inadeguate.

L’incidente e il momento di paura

Durante la quarta tappa del Tour dell’Oman, Damien Touzé è caduto gravemente, riportando fratture al bacino e al femore. Inizialmente trasportato in un ospedale rurale, il ciclista ha subito una diagnosi errata e cure insufficienti, senza nemmeno la disponibilità di una macchina per raggi X, come ha ricordato lui stesso. A peggiorare la situazione, la mancanza di un adeguato supporto medico e l’angoscia di trovarsi in un Paese straniero con un sistema sanitario precario. Il direttore sportivo della Cofidis, Gorka Gerrikagoitia, presente sul posto, ha percepito subito la gravità delle condizioni di Touzé, confermando che la situazione era fuori controllo.

Sofia, la compagna di Touzé, ha raccontato di aver ricevuto una telefonata in lacrime dal marito: «Mi disse: “Sto per morire. Di’ a nostro figlio che gli voglio bene”. Cercai di rassicurarlo, ma dentro di me sapevo che era molto più grave». Il corridore, confuso dal dolore, ha vissuto momenti di terrore, sentendosi abbandonato e incapace di ricevere un aiuto adeguato.

L’intervento decisivo e il trasferimento in Belgio

Una dottoressa di turno, sospettando una perforazione intestinale – poi confermata in sala operatoria – si è rivelata fondamentale per la sopravvivenza di Touzé. Nonostante l’attenzione iniziale fosse rivolta alle ferite alla gamba, la dottoressa comprese subito la gravità del trauma addominale e lavorò incessantemente per garantire cure più adeguate. Il corridore ha ricordato con dolore il momento in cui, su insistenza della dottoressa, chiamò la moglie per un addio che sembrava inevitabile: «Potresti non parlarle mai più», gli fu detto.

Le condizioni nell’ospedale omanita restavano però critiche: Touzé fu ricoverato in una stanza condivisa con altri sei pazienti, vicino ai bidoni della spazzatura e con mosche ovunque, una situazione surreale che ha ulteriormente complicato il suo recupero. Sofia ha documentato con un video la terribile realtà, in cui un operatore sanitario apriva l’addome di Damien con delle forbici per drenare il pus, poiché la parete addominale non era stata chiusa correttamente.

Grazie alla determinazione della famiglia, il corridore è stato infine trasferito in Belgio, dove è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico di cinque ore. Solo allora si è scoperto che la parete addominale non era stata ricucita, con conseguenze devastanti: «Ogni inserimento delle forbici era come una pugnalata agli organi», ha raccontato Touzé.

Il difficile percorso di recupero e l’incertezza sul futuro di Damien Touzé

Dopo l’operazione in Belgio, Touzé ha iniziato un lungo percorso di riabilitazione a casa. Le sue condizioni fisiche continuano a destare preoccupazione: oltre alle fratture e ai traumi, presenta gravi danni al ginocchio sinistro, con legamenti rotti e una frattura alla tibia alta. Il ciclista ha ammesso di non sapere se potrà tornare a gareggiare, anche se mantiene la volontà di risalire in sella e testare le sue condizioni.

Sofia, nel frattempo, affronta le conseguenze psicologiche dell’incidente, vivendo un vero e proprio stress post-traumatico che ha impatto sulla vita familiare. L’intera vicenda evidenzia non solo la fragilità fisica di un atleta ma anche l’importanza di un’assistenza sanitaria tempestiva e adeguata, soprattutto in eventi sportivi internazionali come il Tour dell’Oman.

Tags: Ciclismo

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