New York, 10 febbraio 2026 – Non ci sono pugni alzati né gesti eclatanti, niente slogan cuciti sulle tute o ginocchia piegate davanti alle telecamere. Eppure, nelle Olimpiadi invernali più sorvegliate e protocollate di sempre, una frattura politica attraversa il Team Usa. Parte dalle parole misurate ma nette di Bea Kim e Chloe Kim e si allarga fino ai social, dove atleti americani – e non solo – hanno scelto nuove forme di dissenso contro le politiche dell’amministrazione Trump, in particolare sull’immigrazione e sulle violenze attribuite all’Ice. Una rivolta silenziosa, ma impossibile da ignorare.
Orgoglio e conflitto: le parole di Bea Kim e Chloe Kim
La scintilla è arrivata dalle dichiarazioni del presidente Donald Trump, che ha definito lo sciatore freestyle Hunter Hess un “vero perdente” dopo che l’atleta aveva confessato di sentirsi diviso nel rappresentare gli Stati Uniti. La risposta non si è fatta attendere. In conferenza stampa, in Italia, Bea Kim ha riconosciuto apertamente le profonde divisioni politiche del Paese, rivendicando però l’orgoglio di indossare i colori americani. Un orgoglio che, ha sottolineato, nasce proprio dalla diversità e dall’immigrazione: i suoi nonni e i genitori di Chloe Kim hanno lasciato il loro Paese per inseguire un futuro migliore, incarnando quello che per molti resta il senso autentico del sogno americano.
Chloe Kim ha parlato di un attacco “personale”, inevitabile vista la storia della sua famiglia. “Sono davvero orgogliosa di rappresentare gli Stati Uniti – ha detto – ma penso anche che ci sia permesso esprimere le nostre opinioni”. Un messaggio che tiene insieme appartenenza e critica, patriottismo e diritto al dissenso. Kim ha invocato unità, chiedendo agli americani di guidare con “amore e compassione”, mentre il Comitato olimpico e paralimpico Usa lanciava l’allarme per l’aumento dei messaggi abusivi contro gli atleti durante i Giochi.
La rivolta silenziosa: social, Ice e resistenza culturale
Se il regolamento olimpico rende impossibile una protesta visibile in gara – nessun “Ice Out” sulle tute – il messaggio è passato altrove. Post, reel e condivisioni hanno costruito una rete di opposizione alle politiche di Trump, alle operazioni dell’Ice e a un clima percepito come sempre più ostile su diritti e immigrazione. Il volto simbolo di questa “resistenza culturale” è proprio Chloe Kim: 25 anni, doppio oro olimpico in halfpipe, star globale capace già nel 2018 di evitare la stretta di mano con Trump disertando la cerimonia alla Casa Bianca.
All’arrivo sulla neve italiana, Kim ha ribadito il concetto parlando ai suoi milioni di follower: gareggia con orgoglio per gli Stati Uniti, ma anche per chi ha avuto il coraggio di migrare portando con sé speranze e dignità. Una stoccata condivisa da compagne di squadra, sciatori nordici, freestyle e perfino atleti non in gara sotto la bandiera americana. Come Gus Kenworthy, che ha postato un esplicito “Fuck Ice” per denunciare le violenze dell’agenzia, o Ukaleq Slettemark, che ha liquidato Trump come “un idiota”.
“Il governo americano fa il tifo per voi”, ha detto il vicepresidente JD Vance agli atleti a Milano. Ma tra le piste e i social, il messaggio che rimbalza è un altro: non tutti, oggi, fanno il tifo per il governo americano.






