C’è un modo di intendere la recitazione che non ha nulla di glamour e molto di artigianale, quasi monastico. Toni Servillo lo racconta con lucidità e ironia nell’intervista al podcast Tintoria, disegnando il profilo di un attore che vive il proprio lavoro come una pratica quotidiana, severa e insieme profondamente vitale. Dal teatro al cinema, dai set internazionali agli aneddoti più intimi, emerge il ritratto di un artista che ha costruito la propria carriera sulla coerenza, sulla preparazione e su una rara consapevolezza del mestiere.
Teatro e cinema: due mondi, una vocazione
Nel racconto di Servillo il teatro non è un passaggio verso altro, ma il centro stesso della professione. È lì che l’attore instaura un rapporto fisico, concreto e continuo con il proprio lavoro, senza mai concedersi una pausa di stagioni o di dedizione. Ogni replica non è una semplice ripetizione, ma un atto nuovo, condizionato da mille fattori: lo stato emotivo, il pubblico, la città, ciò che è accaduto prima di salire sul palco. Anche uno spettacolo che arriva a centinaia di repliche si trasforma nel tempo, fino a diventare quasi un organismo diverso da quello delle prime rappresentazioni.
Il cinema, al contrario, è per Servillo l’arte del frammento. Le scene vengono girate fuori sequenza, la costruzione del personaggio procede per pezzi separati e l’attore deve mantenere una visione completa del racconto per non smarrire il senso del percorso. Per questo distingue tra “personaggio” e “ruolo”: il primo è la figura che appare in scena, il secondo è la sua posizione all’interno della storia. Conoscere il ruolo significa sapere sempre dove si è, anche quando la macchina da presa è spenta.
Disciplina e memoria: il metodo di Toni Servillo
Il lavoro dell’attore, per Servillo, è scandito da una ritualità rigorosa. La giornata inizia all’alba, intorno alle sei, e prosegue alla scrivania con lo studio del copione. La memorizzazione segue una tecnica particolare, mutuata dal pianista Glenn Gould: tutte le battute, sue e degli altri, vengono ricopiate a mano su un quaderno mentre in sottofondo scorrono notiziari radiofonici. Questo crea una memoria “dissociata”, puramente meccanica, che permette di arrivare sul set con il testo completamente interiorizzato, lasciando libera la parte espressiva al momento della recitazione.
Questa preparazione minuziosa gli ha fatto guadagnare tra i colleghi la fama di essere una sorta di archivio vivente delle sceneggiature, tanto da ricevere scherzosamente il soprannome di “Digos” per la precisione con cui conosce ogni dettaglio delle scene.
Il sodalizio di Toni Servillo con Paolo Sorrentino
Il sodalizio con Paolo Sorrentino occupa una parte centrale del suo percorso. Interpretare personaggi realmente esistiti, come Giulio Andreotti o Silvio Berlusconi, è per lui una sfida complessa: il pubblico arriva in sala con un’immagine già formata e l’attore deve misurarsi con quella memoria collettiva. Nel caso di Andreotti, la trasformazione fisica fu meticolosa, tra protesi, trucco e persino un particolare lavoro sulle camicie per ottenere quella postura “senza collo” diventata iconica. Berlusconi, invece, inizialmente lo lasciò perplesso, finché la qualità della sceneggiatura non lo convinse ad accettare. Un feedback ricevuto da una persona vicina all’ex premier – “è esattamente come lui” – rimane uno dei complimenti più strani e incisivi della sua carriera.
Molto più libera è per lui la creazione di personaggi di finzione, come il presidente immaginario Mariano De Santis in La Grazia, costruito senza imitazioni dirette, ma con suggestioni che rimandano a figure realmente esistite, tra cui Sergio Mattarella per l’umanità e il rigore.
Il teatro oggi: amore, critica e responsabilità
Il teatro resta la sua vera casa, ma anche il luogo su cui esercita la critica più severa. Ricorda gli inizi a Caserta, in un periodo di fermento creativo in cui giovani artisti rompevano con le forme accademiche, contaminando il palcoscenico con danza, arti visive e musica. Da quell’esperienza nasce la sua distinzione netta tra un teatro “buono” e uno “cattivo”.
Il primo è una festa dei sensi e dell’intelligenza, un evento vitale ed erotico che contagia lo spettatore al punto da fargli desiderare la vita, l’amore, il movimento. Il secondo, al contrario, è narcisismo stanco, routine depressa, sovrastruttura fatta di scenografie enormi ed effetti inutili, che nasconde la mancanza di veri attori e di vera necessità espressiva.
La fama tardiva di Toni Servillo
La celebrità internazionale arriva per Servillo in età matura, e questo lo considera un privilegio. Diventare famosi troppo presto, dice citando Moravia, può essere una sciagura; la maturità aiuta a restare lucidi, a conoscersi e a non perdersi. La notte degli Oscar per La Grande Bellezza viene vissuta come una parentesi surreale: poche ore a Los Angeles tra red carpet, comparse pronte a riempire i posti vuoti, incontri casuali con star americane e il giorno dopo di nuovo in aereo per tornare a teatro. Tra i ricordi più affettuosi, la telefonata improvvisa di Bernardo Bertolucci che lo chiama da Padova per congratularsi e chiedere dettagli sulla cerimonia.
Servillo racconta anche un limite personale: non parlare inglese. Una difficoltà che lo ha costretto a rinunciare a ruoli internazionali, perché recitare in una lingua diversa dalla propria significherebbe perdere la profondità espressiva che considera essenziale.
Paure, ricordi e ironia privata
Il lato più umano emerge negli aneddoti finali. La paura di volare, affrontata con un curioso mix di farmaci e gin tonic. La passione per il fumetto, scoperta grazie al figlio e ad autori come Igort, Taniguchi, Gipi e Satoshi Kon. E poi i racconti d’infanzia, poetici e spiazzanti, come la “pezza del leopardo” nel bagno della nonna ad Afragola o lo sfortunato viaggio in treno dopo uno smisurato zuppone di latte, culminato in una scena che Servillo descrive con l’espressione napoletana “na manica ’e martiello”.
È in questo intreccio di disciplina ferrea, ironia, fragilità e memoria che si compone il ritratto di Toni Servillo: non una star, ma un artigiano dell’arte che continua a interrogarsi sul senso del suo mestiere, giorno dopo giorno.






