Quello dell’Ariston si è rivelato più volte uno dei palcoscenici più difficili per i comici. Anche chi è abituato a intrattenere per lavoro può essere messo sotto pressione dal pubblico talvolta ostile del Festival di Sanremo o dalle inevitabili polemiche sui social. Andrea Pucci, che era stato annunciato da Carlo Conti come co-conduttore della terza serata dell’edizione 2026, ha rinunciato alla possibilità di salire sul palco ancora prima dell’inizio della kermesse. La sua partecipazione ha scatenato fin da subito delle accese polemiche, dovute soprattutto ad alcuni commenti omofobi fatti in passato, oltre al body shaming nei confronti di figure politiche come Elly Schlein e Rosy Bindi. In generale, la comicità di Pucci è stata spesso definita “datata”, anche a causa di battute che prendono in causa le minoranze o la natura stessa del politically correct. “Gli insulti, le minacce, gli epiteti e quant’altro ancora, ricevuti da me e dalla mia famiglia in questi giorni sono incomprensibili ed inaccettabili”, ha spiegato il comico.
Il precedente: la contestazione a Crozza durante Sanremo 2013
A prescindere dalle critiche ricevute, quella di rinunciare a Sanremo è stata una scelta che Pucci ha preso di sua spontanea volontà, non un’imposizione dall’alto. Volendo, il comico avrebbe potuto senza problemi salire sul palco e affrontare una platea potenzialmente ostile, come fatto da Maurizio Crozza nel corso dell’edizione 2013 del Festival.
Durante i primi minuti del suo monologo, il noto imitatore fu più volte costretto a interrompersi a causa della presenza di contestatori particolarmente rumorosi tra il pubblico, tanto che il conduttore Fabio Fazio fu costretto a salire più volte sul palco per provare a riportare un po’ di ordine (senza troppo successo, almeno in un primo momento). Nonostante tutto, Crozza riuscì a mantenere l’autocontrollo e a portare a termine quello che può essere considerato senza problemi uno dei monologhi più difficili della sua intera carriera.
Zalone e lo scivolone sulla transfobia
Un altro comico che ha imparato sulla sua pelle quanto possa essere difficile uscire indenni da un’esibizione a Sanremo è Checco Zalone. Nel 2022 un suo monologo sull’inclusività si è trasformato in un autogol quando l’attore di Buen Camino è scivolato in alcuni luoghi comuni che non sono stati ben recepiti dal pubblico più attento alle tematiche della comunità LGBTQIA+. Il comico ha raccontato la storia di un principe di un piccolo villaggio in Calabria che, dopo aver cercato senza successo la sua principessa per tanto tempo, si imbatte in Oreste, una donna transgender di origini brasiliane. A questo punto del racconto, Zalone ha intonato una parodia di “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini, durante la quale ha dipinto Oreste come una prostituta stanca dell’ipocrisia dei clienti, che pur apprezzando i suoi servizi in pubblico ostentano una spiccata omotransfobia. Quello della transessuale brasiliana che lavora come sex worker è uno stereotipo vecchissimo, come molti utenti dei social non hanno mancato di far notare, il che ha tolto molta forza al messaggio di inclusività che Zalone sembrava voler mandare.
Le critiche a Benigni per il monologo a Sanremo 2025
Anche un veterano come Roberto Benigni non è immune alle critiche che possono arrivare dopo un monologo all’Ariston. Nel 2025 si è lanciato in un discorso che ha toccato vari temi politici e sociali, che molti utenti hanno criticato in quanto poco adatto al contesto del Festival e, in generale, poco divertente. Il comico e attore è stato anche accusato di aver trasformato la sua partecipazione all’evento in una “marchetta” per il suo spettacolo televisivo “Il Sogno”. Inoltre, alcuni utenti hanno parlato di una possibile censura del suo discorso.
Per approfondire: Paolo Bonolis: “Pucci ha fatto bene a ritirarsi da Sanremo, è un ottimo comico”






