C’è un filo invisibile che attraversa tutta la conversazione tra Mika e i conduttori di Tintoria (Daniele Tinti e Stefano Rapone): l’idea che l’identità non sia un punto fermo, ma un movimento continuo. Dalla musica alla vita privata, dalla politica globale al rapporto con la creatività, l’artista restituisce il ritratto di una figura complessa e nomade, che rifiuta definizioni rigide e sceglie il dialogo costante con il mondo come unica vera casa. L’intervista diventa così un viaggio dentro una carriera internazionale costruita senza mappe prestabilite, guidata da curiosità, apertura e da una costante ricerca di senso in un’epoca che sembra averlo smarrito.
Mika e il nomadismo come identità
Mika descrive la propria esistenza come una “vita di circo”, un’espressione che sintetizza perfettamente il suo modo di abitare il mondo. Non esiste un luogo unico che possa definire come casa: Italia, Inghilterra, Francia e Stati Uniti sono piuttosto basi operative, spazi funzionali in cui poter lavorare, fare musica e cucinare. La sua filosofia personale si condensa in un’immagine potente: scappare di casa portando la casa con sé.
Questo stile di vita ha inevitabilmente influenzato anche la sua sfera affettiva. Racconta come il compagno, con cui condivide vent’anni di relazione, abbia scelto di stabilirsi in un cottage inglese per preservare l’equilibrio del rapporto, creando una sorta di bolla privata separata dal caos della carriera artistica. In prospettiva futura, Mika immagina però un cambiamento: il sogno di aprire una taverna o un piccolo ristorante, un luogo stabile dove cucinare, ascoltare musica e bere vino, segnando forse una nuova fase della sua vita.
La taverna dei sogni: gusto, libertà e regole non negoziabili
L’idea della taverna diventa presto una metafora dei valori e dei gusti personali di Mika. Lo spazio che ha in mente rifletterebbe la sua identità culturale: una cucina che mescola influenze libanesi, greche e italiane, un’atmosfera dove la musica è centrale e dove ballare e fare rumore non solo è permesso, ma incoraggiato. I cani sarebbero sempre i benvenuti, così come gli esseri umani, con una sola regola ferrea: niente torte di compleanno, considerate una delle più grandi invenzioni dell’imbarazzo sociale.
Sul piano gastronomico, Mika ammette di non avere un debole per i dolci, anche se farebbe un’eccezione per dessert a base di datteri, frutto che sente profondamente legato alle sue origini libanesi-siriane e al loro valore simbolico di resilienza. Per quanto riguarda le bevande, la birra ideale è quella non pastorizzata, mentre per il vino la preferenza va nettamente alla Francia. Quanto alla location, dopo un gioco ironico per non scontentare nessuna regione italiana, la scelta cade scherzosamente sull’Idroscalo di Milano.
“Hyperlove”, il nuovo album di Mika
Il cuore creativo dell’intervista è il racconto della nascita di Hyperlove, il nuovo album. Mika spiega di averlo scritto in isolamento, in Toscana, lavorando esclusivamente al pianoforte. Una scelta deliberata per sfuggire alla logica delle writing session affollate e ritrovare una dimensione più intima, simile a quella della scrittura di un romanzo.

Il progetto nasce come una reazione al “nonsense” del presente: invece di rispondere con maggiore complessità o sofisticazione, Mika sceglie il contrario, cercando una follia pop alternativa capace di raggiungere una poesia più profonda proprio attraverso la semplicità. La produzione prende forma a Montreal, insieme al co-produttore Nick Littlemore degli Empire of the Sun, una collaborazione motivata tanto da ragioni artistiche quanto pratiche, e raccontata con l’ironia che attraversa tutta l’intervista.
Una carriera globale costruita come una conversazione
Lontano dal modello della grande macchina industriale americana, Mika definisce la sua carriera come un lavoro artigianale, una conversazione continua con paesi e culture diverse. Questo approccio si riflette anche nei concerti, dove la scaletta cambia a seconda del pubblico e del contesto nazionale. Un brano che è un successo enorme in un paese può essere quasi sconosciuto in un altro, e rispettare queste differenze richiede un lavoro complesso di adattamento, anche dal punto di vista tecnico e visivo.
Quella che inizialmente era vissuta come una frustrazione – il fatto che la stampa non riuscisse a “posizionarlo” – si è trasformata nel tempo nella sua più grande forza. Venire “da nessuna parte” lo ha costretto ad aprirsi al mondo, a costruire connessioni per non sentirsi solo, trasformando la multiculturalità in una cifra identitaria.
Il giorno in cui tutto è cambiato: l’aneddoto di “Grace Kelly”
Tra i racconti più vividi emerge il ricordo del momento in cui Grace Kelly raggiunse il primo posto nelle classifiche del Regno Unito. Mika rievoca la scena con precisione cinematografica: la radio dell’auto che non funziona, la corsa per strada, i campanelli suonati a caso finché un anziano signore lo fa entrare in casa. L’ascolto della classifica avviene nel salotto di uno sconosciuto, culminando in un’esplosione di gioia condivisa. Un episodio che sintetizza l’imprevedibilità e la magia di quel passaggio cruciale della sua carriera.
Mika tra talent show, successi e contraddizioni dello spettacolo
L’esperienza di Mika come giudice in diversi talent show europei gli ha permesso di osservare da vicino differenze culturali profonde. Nel Regno Unito, X Factor era percepito come un meccanismo crudele, quasi cannibale. In Italia, invece, il format spingeva sull’esagerazione e sull’affermazione della personalità fin dai live. In Francia e Spagna, alcuni programmi hanno lanciato artisti capaci di vendere milioni di dischi, al punto che l’origine televisiva è stata quasi dimenticata.
Mika riflette con onestà sul fatto di non sapere se lui stesso sarebbe riuscito a emergere da un contesto simile, ricordando anche i suoi tentativi falliti di entrare in talent e boy band. Tra i concorrenti che lo hanno colpito maggiormente cita Toni Pittori, di cui riconobbe immediatamente l’unicità.
Incontri decisivi: da Dario Fo a Madonna
Tra le relazioni più significative spicca quella con Dario Fo. Dopo essersi conosciuti in televisione, i due svilupparono un’amicizia profonda fatta di visite nell’appartamento milanese del drammaturgo, tra risotti, Lambrusco e progetti visionari. Stavano lavorando a un’idea surreale, a metà tra teatro e televisione, ambientata durante la fine del mondo, con una scena iniziale ambientata alla Rinascente. Un progetto mai realizzato, ma che Mika ricorda come uno dei momenti più belli della sua esperienza italiana.
Diverso il racconto della collaborazione con Madonna: una canzone scritta per lei, ma senza quel contatto diretto e creativo che aveva immaginato. In generale, Mika descrive le relazioni professionali nel mondo dello spettacolo come storie d’amore senza sesso, intense e capaci di cambiare la vita, ma spesso destinate a consumarsi in fretta. E osserva come il mondo della moda gli sembri ancora più crudele di quello musicale.
Le preoccupazioni di Mika per il clima politico
Guardando al contesto globale, Mika non nasconde la propria preoccupazione per il clima politico internazionale e per la crescita delle destre in Europa e negli Stati Uniti. Richiama il concetto di “Brain-Dead Megaphone” elaborato da George Saunders, un’epoca in cui il volume del messaggio conta più del suo contenuto. Un tempo che appare insieme comico e terrificante, dominato dal rumore e dalla semplificazione estrema.
Algoritmi, identità digitali e riflessi dell’anima
Una parte della conversazione si concentra sui social network e sugli algoritmi, analizzati come specchi involontari della personalità. I feed di Instagram degli interlocutori raccontano ossessioni, paure e desideri, mentre quello di Mika, popolato da annunci per l’immigrazione, affitti, hotel e cani, restituisce l’immagine di una vita in costante movimento, vissuta da turista permanente.
Il giudizio di Mika sulla musica creata con l’IA
Sul tema dell’intelligenza artificiale, Mika mantiene una posizione lucida e inquieta. Per ora, una musica creata interamente dall’IA non lo interessa, perché priva di anima. Hyperlove nasce proprio come una ricerca di quella scintilla umana che rende una canzone viva. Allo stesso tempo, intravede un futuro potenzialmente spaventoso: la possibilità di trasformare in pochi secondi un semplice demo in una produzione complessa e perfetta. Un cambiamento per il quale, ammette, non siamo ancora pronti.
Riconoscimenti, ironia e memoria
Tra gli ultimi aneddoti emergono le onorificenze ricevute dal governo francese, prima come Chevalier e poi come Officier delle Arti e della Cultura. Mika racconta con autoironia di aver perso la prima medaglia nella metropolitana di Londra e delle strane regole di etichetta che impongono di indossare versioni miniaturizzate delle onorificenze durante le cene ufficiali, come quella a Windsor Castle con Re Carlo.
Il ritratto che ne emerge è quello di un artista che continua a muoversi tra mondi diversi, mantenendo come unico punto fermo la curiosità e il bisogno di senso. In un’epoca di rumore, Mika sceglie ancora di ascoltare.
Per approfondire: Mika presenta il nuovo album Hyperlove: “Una follia necessaria”






