Un cinema costruito a mano, lontano dalle scorciatoie industriali e sempre in anticipo sui tempi. È questo il ritratto che emerge dall’intervista a Maurizio Nichetti nel podcast Tintoria: quello di un autore che ha attraversato cinema, televisione e pubblicità mantenendo uno sguardo sperimentale e indipendente. Regista, attore e sceneggiatore, Nichetti racconta un percorso segnato da successi internazionali, spesso non accompagnati da un adeguato sostegno produttivo e distributivo in Italia, e da una costante tensione tra libertà creativa e logiche di mercato. Tra mimo, animazione e live action, le sue opere da Ratataplan a Volere volare hanno anticipato linguaggi e temi oggi familiari, offrendo anche una riflessione lucida sull’evoluzione dei media, della politica e delle tecnologie contemporanee.
Un avvicinamento lento allo spettacolo
La passione di Maurizio Nichetti per la scena non nasce da una scelta programmata, ma da un percorso graduale. Da bambino, intorno ai nove o dieci anni, il padre tentò di dissuaderlo facendolo esibire durante una festa di quartiere con alcune imitazioni. L’esperimento ebbe l’effetto opposto: quella prima scaletta, con personaggi ispirati a Scaramacai, Gregorio di Tognazzi e Stanlio, accese definitivamente il suo interesse per la performance.
Architettura, mimo e anni di formazione
Nonostante l’attrazione per lo spettacolo, Nichetti si iscrisse ad Architettura al Politecnico di Milano nel 1968, immaginando un futuro nella scenografia, ritenuta più stabile. In parallelo, quasi di nascosto, frequentava una scuola di mimo al Piccolo Teatro. Scelse la pantomima perché più vicina alla sua idea di comicità fisica e meno vincolante della recitazione tradizionale. Dopo appena due mesi, entrò nella compagnia come sostituto e lavorò come mimo per due anni, senza però considerarlo un approdo definitivo.
Il quaderno come memoria creativa
Fin dalla prima esibizione, Nichetti ha mantenuto l’abitudine di annotare ogni lavoro svolto in un quaderno personale. Un archivio intimo in cui registra spettacoli, film, reazioni del pubblico e stati d’animo, scritto sempre la sera stessa per fissare emozioni e dettagli. Una pratica che diventa parte integrante del suo metodo artistico.
Un cinema artigianale e sperimentale
Il suo approccio al cinema nasce dall’incontro tra mimo e scrittura di gag animate. Nichetti si definisce un artigiano, più interessato alla costruzione manuale delle idee che alla spettacolarità tecnologica. Questa visione ha guidato tutta la sua filmografia, spesso in contrasto con le esigenze produttive dell’industria.
Ratataplan, tra crisi e intuizione
Ratataplan prende forma all’interno di uno spettacolo teatrale della compagnia Quelli di Grock, fondata dallo stesso Nichetti. Durante le riprese, però, il regista attraversò una crisi profonda: la pioggia impedì di girare una sequenza complessa con decine di comparse, portandolo a pensare di abbandonare il film e restituire il budget al produttore Franco Cristaldi. A sbloccare la situazione furono l’intervento diretto del direttore di produzione, che lo costrinse a reagire, e l’incontro con Roland Topor, il cui entusiasmo contribuì a risollevare il clima. Anche il finale del film, con il gesto rabbioso della carrozzina scagliata via, nasce da quell’impasse emotiva.
Un successo mondiale poco compreso in Italia
Il film ottenne un’eco internazionale sorprendente, ma in patria fu spesso ridimensionato. Alcuni colleghi attribuirono il successo al fatto che fosse muto, come se questo ne avesse facilitato la circolazione all’estero. A Parigi, l’incontro con Jacques Tati rafforzò invece la consapevolezza che il cinema senza parole potesse ancora funzionare, ma la malinconia del regista francese convinse Nichetti a non intraprendere quella strada in modo esclusivo.
Personaggi femminili e continua sperimentazione
Nel corso della sua carriera, Nichetti ha evitato la ripetizione, cercando sempre nuove forme espressive. Un elemento centrale dei suoi film è l’attenzione ai personaggi femminili, veri fulcri narrativi attorno ai quali costruisce le storie. Dai ruoli di Angela Finocchiaro in Volere volare a quelli di Caterina Sylos Labini e Iaia Forte, la componente femminile diventa il motore emotivo dei racconti.
Volere volare e un’idea in anticipo sui tempi
Il progetto di Volere volare nasce anni prima di Chi ha incastrato Roger Rabbit, ma per lungo tempo viene respinto dai produttori italiani, convinti che l’animazione fosse destinata solo ai bambini. Solo dopo il successo del film di Zemeckis, che dimostrò il potenziale adulto del linguaggio animato, l’idea di Nichetti trovò finalmente spazio.
Il rapporto difficile con la distribuzione
Molti dei problemi incontrati dal regista derivano dalla scarsa promozione dei suoi film. Ho fatto splash uscì senza una vera campagna pubblicitaria, mentre Ladri di saponette fu rivalutato solo dopo aver vinto numerosi festival internazionali. Con l’avvento degli effetti digitali e dei grandi budget, Nichetti ha scelto di allontanarsi dal cinema per anni, ritenendo impraticabile il suo metodo artigianale.
L’esperienza con Bruno Bozzetto
Prima di affermarsi come regista, Nichetti lavorò per otto anni nello Studio Bozzetto, condividendone la filosofia autoriale. I guadagni della pubblicità venivano reinvestiti in progetti personali, con grande libertà creativa ma scarso supporto industriale. Già negli anni Settanta, lo studio affrontava temi ambientali e sociali allora poco compresi.
Allegro non troppo, un cult internazionale
Il film nasce come parodia di Fantasia e trova la sua cifra distintiva nella scelta di un’orchestra composta da anziane reclutate negli ospizi di Bergamo. Nonostante le difficoltà distributive in Italia, Allegro non troppo diventa un riferimento internazionale, citato anche da John Lasseter.
Incontri, registi e attori
Nichetti si colloca accanto a una generazione che ha rinnovato la comicità italiana. Ammira Moretti per aver raccontato una generazione sullo schermo, ha lavorato con Alberto Sordi e diretto attori come Nino Frassica e Paolo Villaggio, sperimentando rapporti diversi con ciascuno.
Cannes e gli aneddoti dal mondo
Da giurato a Cannes, sotto la presidenza di David Cronenberg, racconta la scelta condivisa di premiare Rosetta dei Dardenne. Il successo internazionale dei suoi film gli ha regalato incontri inattesi, come quello con un ex legionario che aveva visto Ratataplan in Africa.
Televisione privata e pubblicità
Con Domani si balla, Nichetti racconta la nascita delle tv private, girando in luoghi destinati a diventare simbolici dell’impero Berlusconi. Dopo un insuccesso iniziale, accettò la proposta di Canale 5 e creò Quo Vadiz?, con ampia libertà creativa.
Dalla creatività alla standardizzazione pubblicitaria
Nichetti osserva con spirito critico l’evoluzione della pubblicità, passata da una stagione sperimentale a modelli standardizzati. Per anni ha firmato la campagna SIP, trasformandola in un racconto seriale sull’evoluzione della telefonia.
Cinema, social e intelligenza artificiale
Il ritorno al cinema con Amiche mai ha incontrato nuove difficoltà distributive, legate al controllo delle sale da parte delle piattaforme. Oggi Nichetti utilizza i social per dialogare direttamente con il pubblico e guarda con curiosità all’intelligenza artificiale, soprattutto per le sue applicazioni nella distribuzione e nel doppiaggio, pur ritenendo insostituibile l’empatia del lavoro con gli attori.
Politica e semplificazione del linguaggio
Infine, il regista riflette sul dibattito politico contemporaneo, sempre più schiacciato sulla semplificazione e sulla battuta immediata, a discapito della complessità e dell’analisi, un segno dei tempi che accomuna media, spettacolo e comunicazione pubblica.






