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Home Spettacoli

Giovanni Floris si racconta a “Tintoria” tra cinema, cultura e televisione

Il giornalista parla del suo nuovo libro, "Asini che volano", e ripercorre alcune delle tappe fondamentali della sua lunga carriera televisiva

by Alessandro Bolzani
10 Dicembre 2025
Giovanni Floris a Tintoria

Giovanni Floris a Tintoria | YouTube @Tintoria Podcast - Alanews.it

Nel corso dell’ultima puntata del podcast Tintoria, i comici Stefano Rapone e Daniele Tinti intervistano Giovanni Floris, giornalista e conduttore televisivo noto al grande pubblico per programmi come “Ballarò e diMartedì”. In poco meno di un’ora e mezza vengono toccati svariati temi, come l’evoluzione della commedia italiana, la politica (ormai spesso così assurda da superare la finzione) e la distanza sempre più vasta tra la cultura e la società.

“Asini che volano”

Nella prima parte dell’intervista Floris si concentra sulla tesi al centro del suo libro Asini che volano, dove interpreta la storia recente della commedia italiana come un movimento che ha condotto dall’autocritica sociale alla celebrazione dell’arroganza.

La figura del protagonista comico, tipica della commedia all’italiana, incarnava un italiano pieno di difetti, spesso destinato alla sconfitta e caratterizzato da un’ambivalenza morale evidente nei film di Maestri come Sordi, Tognazzi e Gassman. In quel modello, anche quando emergeva un personaggio più spavaldo – come quello di Gassman ne Il Sorpasso – esisteva sempre un contrappeso più fragile e riflessivo.

Con i cinepanettoni, invece, cambia la grammatica del personaggio: Christian De Sica diventa l’erede moderno del “cialtrone” tradizionale, ma ne rappresenta una versione vincente, aggressiva e priva di quell’ombra di tragedia che segnava i predecessori. Secondo Floris, la società ha finito per leggere questi difetti non più come bersagli di satira ma come tratti da emulare. È qui che, nella sua analisi, la commedia smette di essere specchio e diventa modello, al punto che personaggi di quel tipo approdano, metaforicamente e non solo, alla guida del Paese. In questo filone colloca Silvio Berlusconi, e considera l’attuale destra un’ulteriore incarnazione dello stesso archetipo, più cupa e più divisiva.

Floris sostiene anche che il genere si sia spento perché il Paese reale ha superato in assurdità ciò che il cinema riusciva a immaginare: cita il caso di un deputato che spara per errore durante il Capodanno e l’episodio del treno ad alta velocità fermato per ragioni personali da un ministro. Eventi che, a suo giudizio, rendono impossibile superare la realtà con la finzione.

Pur riconoscendo questi limiti, Floris dichiara di essere un appassionato del genere e ricorda scene e film rivisti più volte, fino a indicare Vacanze su Marte come il punto definitivo di caduta. Nel confronto con Fantozzi sottolinea che lì la critica era universale e nessuno si salvava; nei film più moderni, invece, il pubblico tende a sostenere proprio il personaggio più sprezzante, in un processo che avvicina la politica internazionale alle dinamiche del cinepanettone, dove emergono figure come Donald Trump o Javier Milei.

Cultura, élite e un Paese che non riconosce più il valore dello studio

Un lungo passaggio è dedicato alla frattura sempre più netta tra mondo culturale e società. Per spiegarla Floris racconta un episodio in Sardegna: durante una cena, un intellettuale chiede a una cameriera la differenza tra mirto rosso e bianco, e ottiene una risposta diretta, quasi provocatoria, che smaschera l’atteggiamento di superiorità dell’interlocutore. L’aneddoto, nella sua semplicità, diventa emblema di una distanza profonda.

Floris ricorda che le generazioni passate vedevano nella cultura un meccanismo di emancipazione e spesso sacrificavano tutto pur di offrire ai figli un’istruzione. Oggi, in una parte del Paese, questo strumento non viene più riconosciuto come valore. L’ignoranza, osserva, non coincide con la mancanza di titoli accademici ma con l’incapacità di interpretare ciò che accade attorno a noi. È un riferimento che gli serve anche per criticare figure istituzionali dotate di più lauree ma protagoniste di posizioni considerate inaccettabili.

Come è cambiato il talk show televisivo: ritmi, ascolti e nuovi protagonisti

Nel cuore dell’intervista Floris racconta il grande cambiamento della televisione d’informazione. Oggi il ritmo è l’elemento dominante: le curve Auditel, che analizzano minuto per minuto il comportamento degli spettatori, mostrano che un tema non può durare più di 20-25 minuti senza perdere pubblico. Un programma come diMartedì deve quindi rinnovarsi continuamente, alternando ospiti e punti di vista per tutta la serata.

È un modello molto diverso da quello di Ballarò, quando gli ospiti rimanevano in studio per l’intera puntata e il contesto mediatico era meno affollato. La concorrenza limitata permetteva maggiore stabilità; oggi, invece, la moltiplicazione delle offerte costringe la televisione a inseguire i gusti del pubblico in tempo reale.

Nonostante ciò, Floris non ritiene che i talk siano in crisi. Anzi: il pubblico complessivo che guarda questi programmi è superiore a quello dei grandi talk del passato, e i costi ridotti li rendono prodotti molto convenienti. A spingere per partecipare sono gli stessi ospiti, consapevoli della visibilità che la televisione ancora garantisce.

È cambiato anche chi funziona davvero in studio. I politici, già molto esposti attraverso i social, non sorprendono più; il pubblico cerca invece analisi e interpretazioni, motivo per cui i commentatori e gli intellettuali sono diventati centrali. In quest’ottica Floris ha costruito un modello di trasmissione che fa leva su interviste a figure autorevoli, alternandole a momenti più leggeri.

Tra questi spicca la “copertina”, nata per mitigare il clima di contrapposizione feroce dell’epoca berlusconiana. Inizialmente realizzata con comici emergenti – causa budget ridotti – è diventata un elemento identitario del programma grazie a talenti come Crozza, fino all’approccio più imprevedibile di Luca e Paolo. Floris racconta che preferisce non leggere i testi in anticipo per preservare l’effetto sorpresa, anche quando le battute lo prendono di mira.

Gli episodi che hanno segnato la carriera di Floris

L’intervista raccoglie anche vari ricordi personali, spesso rivelatori del suo rapporto con la politica, la televisione e la vita professionale.

Uno dei passaggi più incisivi riguarda Silvio Berlusconi. Floris lo descrive come una presenza cordialissima, capace di mettere a proprio agio chiunque, ma allo stesso tempo portatrice di un’eredità politica ed economica che, a suo giudizio, ha contribuito al declino del Paese. Il conduttore ricorda anche l’episodio in cui rifiutò una telefonata del Cavaliere in diretta: una scelta coraggiosa, maturata dopo un precedente collegamento e figlia di un clima di libertà costruito negli anni, grazie anche al focus sui temi economici più che sui processi.

In un altro passaggio affronta l’11 settembre, vissuto da corrispondente a New York. Racconta la città paralizzata, l’improvviso passaggio dalla radio alla televisione per far fronte all’emergenza e le difficoltà quotidiane, dalla perdita della casa all’impossibilità di comunicare nei giorni immediatamente successivi. Un’esperienza che definisce formativa e traumatica allo stesso tempo.

Floris ripercorre anche le origini della sua carriera. Aveva studiato alla LUISS e aveva ricevuto offerte di lavoro in banca, ma un sogno lo convinse a tentare la via del giornalismo. Entrò in RAI tramite la scuola di Perugia nel periodo di Tangentopoli, quando l’arresto di figure influenti lasciò spazio a concorsi meno politicizzati. Oggi, accanto alla televisione, coltiva passioni molto diverse: il calcio – è tifoso della Roma e possiede il patentino per allenare fino alla Serie D maschile e alla Serie A femminile – e il cinema di genere, dai thriller agli horror, che considera simili ai cinepanettoni per l’elemento dell’eccesso narrativo.

Tags: Giovanni FlorisTintoria

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