Milano, 5 febbraio 2026 – L’incontro tra Antonio Albanese e il BSMT di Gianluca Gazzoli non è stata solo una celebrazione di una carriera trentennale, ma una riflessione profonda sul valore del lavoro, dell’onestà intellettuale e della curiosità come motore di vita. Attraverso il racconto di sé, Albanese ha delineato un percorso che va ben oltre la semplice comicità, definendo il suo mestiere come una delle forme d’arte più elevate e serie in assoluto.
Antonio Albanese, le radici e la serietà del lavoro
Un tema centrale che attraversa tutta l’intervista è l’estrazione operaia dell’artista. Antonio Albanese ricorda con orgoglio i suoi trascorsi: dai 15 ai 22 anni ha lavorato come operaio, manovrando torni, frese e alesatrici. Questa esperienza ha forgiato il suo approccio metodico e rispettoso verso ogni occupazione; per lui, anche fare pubblicità o far ridere sono lavori di una “serietà infinita“.
Il passaggio dal mondo della fabbrica al teatro è avvenuto quasi per una folgorazione dopo aver assistito a uno spettacolo a Milano, evento che lo ha spinto a lasciare “il certo per l’incerto” e a iscriversi all’Accademia d’Arte Drammatica.

La curiosità come bussola creativa
Per non essere mai “in ritardo” rispetto ai tempi, Antonio Albanese coltiva una curiosità onnivora. Nelle fonti viene evidenziato come l’attore non guardi mai da una finestra sola: frequenta concerti rap di artisti come Marracash e Guè per assorbire la loro energia, visita i più grandi musei europei — dall’Ermitage al Louvre — e colleziona disegni per nutrire la sua immaginazione. Questa apertura mentale influenza direttamente la sua arte, aiutandolo a evitare la noia e a trovare sempre nuovi ritmi per la sua comicità fisica.
La genesi dei personaggi: osservazione e sacrificio
I personaggi iconici di Antonio Albanese non nascono per caso, ma da un meticoloso lavoro di osservazione della realtà. Epifanio, ad esempio, è frutto del fascino subito per un certo tipo di “disagio” osservato in una clinica neuropsichiatrica infantile e della decomposizione fisica insegnatagli dal maestro Danio Manfredini.
Ancor più emblematico è il caso di Cetto La Qualunque. Per dar vita al politico calabrese, Albanese ha seguito fisicamente circa trenta comizi elettorali, documentando situazioni di volgarità inimmaginabile. L’attore descrive l’interpretazione di Cetto come un vero e proprio “sacrificio” personale: pur odiando quel tipo di figura, ha sentito il dovere di portarla in scena per far notare una deriva politica becera che molti sembravano ignorare.
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“Lavoreremo da grandi”: la tenerezza come atto punk per Antonio Albanese
Parlando del suo film più recente, Lavoreremo da grandi, Antonio Albanese introduce un concetto potente: la tenerezza come vera trasgressione. In un’epoca che definisce come una delle più volgari della storia, piena di “bastardi” e prepotenti, l’essere gentili, ingenui e dolci diventa un atto rivoluzionario, quasi “punk“. Il film, girato in zone lacustri come il Lago d’Orta, nasce dal desiderio di incontrare e raccontare “belle persone“, contrapponendosi all’ipertensione e alla rabbia che vede crescere nella società odierna.
L’etica professionale e il rifiuto del facile guadagno
Un altro pilastro del pensiero di Albanese è l’onestà, che secondo lui “vince sempre” nel tempo. Questo principio si traduce in un rispetto sacrale per il pubblico. Le fonti rivelano che l’attore ha spesso rifiutato ingenti somme di denaro per pubblicità in cui avrebbe dovuto utilizzare i suoi personaggi. Per Albanese, sfruttare i propri personaggi per fini commerciali significherebbe “sfruttare il pubblico“, un abuso che la sua integrità non gli permette. Preferisce la libertà di scegliere progetti in cui crede, anche a costo di restare fermo per mesi.
La difesa degli spazi e dei giovani
Albanese esprime una critica amara verso la mancanza di spazi fisici per i giovani. Ricordando la sua giovinezza ricca di centri sociali, circoli e luoghi dove poter suonare o dipingere, lamenta che oggi la società non offra alternative all’isolamento dell’online.
Si prende la responsabilità, insieme alla sua generazione, di questa carenza, sottolineando che l’energia dei ventenni deve essere incanalata in luoghi di aggregazione e creatività artigianale. In questo contesto, condanna fermamente la “moda del lamento“, esortando le persone a rimboccarsi le maniche e ad agire invece di sprecare energia in critiche sterili.
Il cinema come luogo sacro
Infine, l’intervista tocca il tema della sala cinematografica, definita come un “luogo sacro” che non deve sparire. Nonostante la crescita delle piattaforme, Antonio Albanese sostiene che l’esperienza condivisa del grande schermo — dove si può apprezzare il lavoro faticoso di direttori della fotografia e fonici — rimanga insostituibile. Il suo legame con il cinema è anche affettivo e radicato nel passato: cita spesso il cinema Jolly di Olginate, dove il padre lo portava da bambino, come il luogo che lo ha formato e che continua a onorare portando lì le anteprime dei suoi film.
In conclusione, il ritratto che emerge dalle fonti è quello di un artista che ha saputo mantenere una coerenza rara, unendo la disciplina dell’operaio alla sensibilità del poeta, sempre con l’obiettivo di “rallegrare l’animo del pubblico” senza mai tradire se stesso.






