Milano, 16 gennaio 2026 – Un importante avanzamento nella comprensione della malattia di Alzheimer è stato raggiunto grazie a uno studio internazionale che ha analizzato il DNA di oltre 18.000 anziani. La ricerca, condotta dai ricercatori del Vanderbilt University Medical Center negli Stati Uniti e pubblicata sulla rivista Alzheimer’s & Dementia, ha identificato due varianti genetiche fondamentali che sembrano proteggere i cosiddetti ‘super anziani’ dall’insorgenza della malattia.
DNA e protezione dall’Alzheimer nei “super anziani”
I “super anziani” sono persone con più di 80 anni che mantengono capacità cognitive equivalenti a quelle di individui molto più giovani, anche di 20 o 30 anni. Lo studio ha preso in esame in particolare due varianti del gene APOE: la variante APOE-epsilon 4, associata a un aumento del rischio di malattia di Alzheimer a esordio tardivo, e la variante APOE-epsilon 2, che invece conferisce una protezione.
Dai dati emerge che i super anziani hanno il 68% di probabilità in meno di possedere la variante APOE-epsilon 4 rispetto ai coetanei affetti da demenza da Alzheimer, e addirittura il 19% di probabilità in meno rispetto agli anziani cognitivamente normali. Al contrario, essi hanno una probabilità aumentata del 28% di essere portatori di APOE-epsilon 2 rispetto agli anziani cognitivamente normali e del 103% rispetto ai malati di Alzheimer.
Implicazioni per la ricerca e la prevenzione
La prima autrice dello studio, la dottoressa Leslie Gaynor, sottolinea come questi risultati supportino l’importanza di studiare i super anziani per comprendere i meccanismi biologici che conferiscono resilienza all’Alzheimer. Questo approccio potrebbe aprire nuove strade per lo sviluppo di strategie preventive e terapeutiche più efficaci, puntando non solo a contrastare i fattori di rischio ma anche a potenziare quelli protettivi.
L’Alzheimer, malattia neurodegenerativa progressiva, è caratterizzata dalla formazione di placche beta-amiloidi e grovigli neurofibrillari che danneggiano i neuroni, causando deterioramento cognitivo e perdita progressiva di autonomia. Le cause precise sono ancora in parte sconosciute, ma il ruolo dei fattori genetici è considerato centrale: circa il 70% del rischio è di origine genetica. Attualmente, i trattamenti disponibili sono limitati a migliorare i sintomi e rallentare il decorso, mentre la ricerca continua a cercare soluzioni efficaci per prevenire o invertire la malattia.
Questo studio rappresenta un passo significativo nel riconoscimento dei fattori genetici che possono proteggere il cervello dall’Alzheimer, offrendo speranze per future strategie personalizzate di cura e prevenzione nelle persone anziane.




