Roma, 3 febbraio 2026 – A diciotto mesi dall’entrata in vigore della legge che ha convertito il decreto per lo smaltimento delle liste d’attesa nel Servizio sanitario nazionale (Ssn), non si registrano benefici concreti per i cittadini e i pazienti. È quanto denuncia la Fondazione GIMBE, che nel suo ultimo report evidenzia come i tempi per visite ed esami continuino a essere eccessivamente lunghi in numerosi casi, con criticità particolarmente marcate per alcune prestazioni molto richieste come la prima visita oculistica e l’ecografia addominale.

Liste d’attesa: persistono ritardi e inefficienze nonostante la legge
Secondo la Fondazione GIMBE, che ha condotto la terza analisi indipendente sull’attuazione della normativa, permangono notevoli ostacoli all’effettivo miglioramento del sistema. Mancano ancora due decreti attuativi fondamentali, e lo strumento pensato per monitorare e gestire le liste d’attesa, la Piattaforma nazionale per le liste di attesa (Pnla), risulta allo stato attuale “inutile”.
La Pnla raccoglie dati relativi a quasi 57,8 milioni di prestazioni erogate nel 2025, di cui 24,2 milioni di prime visite specialistiche e 33,6 milioni di esami diagnostici, ma non consente di individuare chiaramente le cause dei ritardi, né di offrire una fotografia dettagliata a livello regionale, aziendale o per tipo di prestazione. Le informazioni sono infatti aggregate a livello nazionale e presentate con indicatori difficilmente interpretabili, senza distinguere tra pubblico, privato accreditato e attività intramoenia.
Questa situazione limita fortemente la trasparenza e la possibilità di intervenire efficacemente per migliorare i tempi di attesa. Nel frattempo, rimane elevato il ricorso all’intramoenia, cioè l’attività libero-professionale svolta dai medici all’interno degli ospedali a pagamento, che secondo le stime rappresenta circa il 30% delle prestazioni erogate.
Liste d’attesa, le criticità nelle prestazioni più richieste
L’analisi di GIMBE mette in luce alcune delle criticità più emblematiche. Prendendo ad esempio la prima visita oculistica, tra le più richieste, si osserva che le prestazioni urgenti (da erogare entro 3 giorni) vengono rispettate per il 75% dei pazienti, mentre per le visite con priorità breve (entro 10 giorni) almeno un paziente su quattro attende oltre questo termine.
Le difficoltà aumentano nelle visite con priorità differibile (entro 30 giorni), dove metà dei pazienti aspetta più di un mese e almeno un quarto arriva ad attendere 4-5 mesi. Per le visite programmabili (entro 120 giorni), la metà dei pazienti riceve la prestazione entro i tempi previsti, ma un quarto attende tra i 6 e gli 8 mesi.
Questi dati confermano come, nonostante le disposizioni normative, i tempi di attesa per visite ed esami diagnostici si protraggano ancora in modo inaccettabile, con conseguenze dirette sulla salute dei cittadini.
Critiche dall’opposizione e appelli al governo
La situazione viene stigmatizzata anche dall’opposizione politica. Il Partito Democratico definisce le liste d’attesa come una “criticità strutturale” e parla apertamente di un fallimento del governo. La capogruppo Pd in Commissione Affari Sociali, Ilenia Malavasi, ha annunciato la richiesta di un intervento del ministro della Salute in Aula, durante il question time, per ottenere chiarimenti su risorse, tempi, controlli e responsabilità.
Anche il Movimento 5 Stelle critica la gestione governativa, sottolineando come le risorse destinate alla sanità pubblica siano state ridotte per finanziare altri settori, con un impatto negativo sulla qualità e tempestività delle cure.
Nel panorama delle voci critiche si inserisce anche Fabrizio Pregliasco, direttore della scuola di specializzazione in igiene e medicina preventiva all’Università di Milano, che definisce i provvedimenti finora adottati come “pannicelli caldi” di fronte a una situazione ormai critica.
L’impatto sui cittadini e le rinunce alle cure
Un dato allarmante evidenziato dalla Fondazione GIMBE è che nel 2024 ben 5,8 milioni di persone hanno rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria a causa dei tempi di attesa troppo lunghi. L’Associazione per la Difesa e l’Orientamento dei Consumatori (Adoc) conferma questa tendenza, denunciando attese anche superiori a un anno per esami urgenti come Tac e mammografie, fondamentali per una diagnosi tempestiva. Criticità si riscontrano anche per i ricoveri e gli interventi urgenti, con attese che superano gli 18 mesi.
Il quadro complessivo mette in evidenza come la normativa sulle liste d’attesa, pur annunciata con grande enfasi, non abbia ancora prodotto risultati tangibili, lasciando milioni di cittadini in attesa di cure necessarie e compromettendo la qualità del servizio sanitario pubblico italiano.






