Milano, 21 marzo 2026 – Nuove scoperte nel campo dell’invecchiamento biologico stanno rivoluzionando la comprensione del processo di declino fisiologico umano. Studi recenti confermano che l’invecchiamento non è un fenomeno lineare e uniforme, ma caratterizzato da fasi di accelerazione e rallentamento, con due momenti chiave individuati intorno ai 44 e ai 60 anni. Inoltre, ricerche innovative hanno evidenziato il ruolo cruciale del sistema cardiovascolare e del cervello nel coordinare questi cambiamenti.
Le due fasi critiche dell’invecchiamento
La ricerca pubblicata su Nature Aging ha analizzato oltre 135.000 dati molecolari provenienti da 108 adulti, rivelando che intorno ai 44 anni si osserva un’accelerazione nei processi legati al metabolismo dei grassi e dell’alcol, oltre a significativi cambiamenti nella matrice extracellulare, che influenzano l’elasticità della pelle e la forza muscolare. In questa fase, anche il metabolismo della caffeina si modifica, spiegando la ridotta tolleranza ad alcune sostanze stimolanti.
La seconda fase di accelerazione biologica si manifesta intorno ai 60 anni, con una marcata disgregazione del sistema immunitario, un peggioramento del metabolismo glucidico, un declino della funzione renale e alterazioni nei parametri ematici relativi al trasporto dell’ossigeno. Questi mutamenti coinvolgono vari sistemi, tra cui cardiovascolare, ematologico e immunitario, con un rapido peggioramento delle funzioni organiche.
Il cuore, l’aorta e il ruolo centrale nel declino biologico
L’attenzione scientifica si è focalizzata sul sistema cardiovascolare, in particolare sull’aorta, la più grande arteria che trasporta sangue ossigenato dal cuore a tutto il corpo. Studi biochimici hanno dimostrato che i vasi sanguigni invecchiano prima di altri tessuti, subendo modifiche strutturali già tra i 45 e i 55 anni. L’aorta è particolarmente vulnerabile, e la sua salute influisce sull’invecchiamento globale.
Un recente intervento innovativo eseguito al Policlinico di Palermo ha visto l’utilizzo per la prima volta in Italia di un sistema di navigazione endovascolare per trattare una dissezione aortica toracica, dimostrando come le nuove tecnologie migliorino la precisione e la sicurezza delle terapie cardiovascolari. Questo progresso sottolinea l’importanza di prendersi cura del cuore e dei vasi sanguigni, non solo per prevenire eventi acuti come infarti e ictus, ma anche per rallentare il processo di invecchiamento biologico.
Nuovi orizzonti nello studio dell’invecchiamento cerebrale
Parallelamente, uno studio internazionale coordinato dall’Università di Portsmouth e con la partecipazione dell’Università Statale di Milano ha rivelato il ruolo fondamentale della mielina e del recettore GPR17 nell’invecchiamento cerebrale. La mielina, sostanza che isola gli assoni neuronali, risulta danneggiata con l’età a causa della riduzione degli oligodendrociti e dei loro precursori. Questa perdita compromette la trasmissione degli impulsi nervosi, influenzando memoria e capacità cognitive.
Attraverso tecniche avanzate di sequenziamento e bioinformatica, i ricercatori hanno identificato il gene GPR17 come principale responsabile della diminuzione delle cellule produttrici di mielina nel cervello anziano. La scoperta apre la strada a nuove strategie terapeutiche basate sul ringiovanimento degli oligodendrociti precursori, con potenziali applicazioni nelle malattie neurodegenerative come la sclerosi multipla e l’Alzheimer.
L’invecchiamento, dunque, emerge come un processo complesso e multifattoriale, in cui cuore, vasi sanguigni e cervello giocano un ruolo interconnesso, offrendo nuove opportunità per interventi mirati e personalizzati.
