Roma, 10 aprile 2026 – La decisione del Ministero della Cultura di escludere il docufilm “Giulio Regeni, tutto il male del mondo” dai finanziamenti pubblici è stata definita “grave” e motivata da ragioni politiche, secondo le parole di Irene Manzi, capogruppo del Partito Democratico in commissione Cultura alla Camera. La vicenda ha suscitato forti reazioni, anche alla luce delle recenti dimissioni di prestigiosi membri delle sottocommissioni Cinema del Ministero, tra cui Paolo Mereghetti, Massimo Galimberti e Ginella Vocca.
La polemica sul mancato finanziamento al docufilm su Giulio Regeni
Il documentario, diretto da Simone Manetti e premiato con il Nastro della Legalità 2026, è stato escluso dai contributi ministeriali destinati all’industria cinematografica, nonostante abbia ricevuto riconoscimenti e sia programmato per una proiezione al Parlamento europeo nel prossimo maggio. La scelta ha scatenato un acceso dibattito politico: “La motivazione ufficiale appare più politica che artistica”, ha sottolineato Manzi durante il question time rivolto al ministro della Cultura Alessandro Giuli. La deputata ha inoltre evidenziato come la composizione delle commissioni ministeriali sia influenzata da esponenti della maggioranza, alimentando così dubbi sulla trasparenza e l’autonomia dei processi di valutazione.
Domenico Procacci, produttore del docufilm, ha definito la decisione una “scelta politica” e non di merito artistico, ricordando che l’opera è già stata proiettata nelle sale e sostenuta da settantasei università italiane. Procacci ha anche precisato che il mancato finanziamento non danneggia direttamente la sua società, ma che il caso rappresenta un segnale preoccupante per l’intero settore cinematografico.
Le reazioni delle opposizioni e il contesto politico
Il Partito Democratico, insieme a Più Europa e Avs, ha presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere chiarimenti sulle ragioni alla base del mancato sostegno al documentario. “È un fatto talmente grave che il ministro Giuli ha l’obbligo di fornire spiegazioni in Parlamento”, ha affermato Riccardo Magi di Più Europa. Angelo Bonelli di Avs ha inoltre accusato il governo Meloni di “censurare un lavoro che chiede verità e giustizia”, collegando la vicenda alla politica estera italiana in relazione ai diritti umani.
La vicenda si inserisce in un contesto ancora vivo di tensioni e richieste di verità sull’omicidio di Giulio Regeni, giovane ricercatore torturato e ucciso al Cairo nel 2016. Il docufilm rappresenta un contributo culturale importante per mantenere alta l’attenzione sulla sua tragica vicenda, simbolo della lotta per la giustizia e la memoria.




