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Home Politica

Remigrazione, cos’è e cosa prevede la proposta di iniziativa popolare?

Il caso della remigrazione mostra come un termine nato in ambito accademico possa trasformarsi profondamente

by Alessandro Bolzani
6 Febbraio 2026
Migranti nel Mediterraneo

Migranti nel Mediterraneo | Pixabay @tunaly - alanews

Il dibattito intorno alla parola “remigrazione” è tornato al centro dell’attenzione pubblica dopo che, il 31 gennaio, la proposta di legge di iniziativa popolare intitolata Remigrazione e Riconquista ha superato sulla piattaforma del Ministero della Giustizia la soglia delle 50 mila firme necessarie per l’approdo in Parlamento. Un risultato arrivato in un clima teso, appena ventiquattro ore dopo l’annullamento della conferenza stampa che avrebbe dovuto presentare ufficialmente il testo alla Camera dei deputati.

La conferenza annullata e le proteste alla Camera

L’incontro con i giornalisti, previsto per la mattina del 30 gennaio, non si è mai svolto. Alcuni parlamentari dell’opposizione hanno occupato la sala stampa di Montecitorio, impedendo lo svolgimento dell’evento. A spiegare le ragioni della protesta è stato il coportavoce di Europa Verde Angelo Bonelli, che ha rivendicato la scelta come una difesa dei valori costituzionali, giudicando inaccettabile concedere spazio a esponenti dichiaratamente riconducibili all’area neofascista e neonazista all’interno della sede della Camera.

Chi sono i promotori della proposta

La proposta di legge sarebbe stata illustrata da quattro rappresentanti del comitato promotore, tutti provenienti dall’area dell’estrema destra. Tra questi figurano Luca Marsella, portavoce di CasaPound, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, Jacopo Massetti, già vicino a Forza Nuova, e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti. Una composizione che ha contribuito ad alimentare le polemiche politiche attorno all’iniziativa.

Il significato originario di “remigrazione”

Al centro del testo legislativo c’è il concetto di remigrazione, esplicitamente richiamato già nel titolo. In origine, come ricordato anche da analisi giornalistiche e di fact-checking, il termine apparteneva al linguaggio delle scienze sociali e indicava il ritorno volontario di una persona migrante nel Paese di origine. Si trattava di una scelta individuale, legata al venir meno delle condizioni o delle opportunità che avevano spinto alla migrazione iniziale, senza alcuna dimensione coercitiva.

L’appropriazione politica del termine “remigrazione”

A partire dagli anni Novanta, il significato della parola ha iniziato però a cambiare. In Francia e Germania, soprattutto negli ambienti dell’estrema destra, “remigrazione” è stata progressivamente reinterpretata come sinonimo di politiche di rimpatrio ed espulsione su larga scala. In questo nuovo contesto, il termine si è intrecciato con la teoria complottista della cosiddetta “grande sostituzione” e ha finito per includere non solo le persone migranti irregolari, ma anche cittadini regolarmente residenti o perfino naturalizzati, ritenuti “non assimilati”.

Cosa prevede la proposta di legge sulla remigrazione?

È all’interno di questo quadro ideologico che si colloca la proposta di legge Remigrazione e Riconquista. Il testo, articolato in 24 articoli suddivisi in sei capi, interviene in modo esteso su immigrazione, cittadinanza, sicurezza e politiche demografiche. Tra i principi generali viene affermato che non esisterebbe un diritto individuale a migrare liberamente, mentre allo Stato verrebbe riconosciuto un controllo pieno sugli ingressi e sulla permanenza degli stranieri sul territorio nazionale.

Immigrazione, lavoro e sanzioni

La proposta elimina la programmazione annuale dei flussi di ingresso per lavoro e cancella l’istituto della protezione speciale. Allo stesso tempo, vengono irrigidite le norme sul ricongiungimento familiare e introdotte sanzioni penali e patrimoniali particolarmente severe per chi favorisce l’immigrazione irregolare o sfrutta lavoratori stranieri. Le confische, secondo il testo, potrebbero essere applicate anche in via preventiva.

Espulsioni e rimpatri come asse centrale

Il fulcro della proposta è rappresentato dal sistema dei rimpatri. Da un lato sono previste espulsioni obbligatorie per gli stranieri irregolari, accompagnate da lunghi divieti di reingresso, e per i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti condannati in via definitiva per reati, che verrebbero espulsi automaticamente al termine della pena. Dall’altro lato viene delineato il meccanismo della remigrazione cosiddetta volontaria.

La remigrazione “volontaria” e i suoi vincoli

Questa forma di ritorno non riguarderebbe solo chi è privo di permesso di soggiorno, ma anche persone legalmente presenti in Italia, come titolari di permessi temporanei, cittadini extracomunitari residenti da almeno un anno o richiedenti asilo che rinunciano alla domanda. L’adesione sarebbe formalmente basata sulla volontarietà e accompagnata da incentivi economici e programmi di reinserimento nei Paesi di origine. Tuttavia, il rientro in Italia verrebbe vietato quasi completamente e la violazione degli accordi comporterebbe sanzioni penali e l’obbligo di restituire i fondi ricevuti.

Registri, fondi e controllo delle ONG

Accanto a questo impianto, il testo introduce nuovi strumenti amministrativi e finanziari. Vengono previsti registri nazionali delle espulsioni e delle ONG autorizzate a operare, con obblighi stringenti di tracciabilità e multe elevate per chi viola le regole o agisce senza autorizzazione. È inoltre istituito un Fondo per la remigrazione, alimentato anche da una tassa sulle rimesse verso l’estero, destinato a sostenere sia i rimpatri forzati sia quelli volontari. Un ulteriore fondo sarebbe invece riservato esclusivamente alla natalità delle famiglie con cittadinanza italiana.

Il ritorno degli italo-discendenti

La proposta prevede infine un canale privilegiato per gli italo-discendenti, attraverso il ripristino della cittadinanza iure sanguinis senza limiti generazionali. Sono previste agevolazioni fiscali e programmi specifici di inserimento lavorativo per favorire il loro rientro e stabilimento in Italia.

Il percorso parlamentare e i precedenti

Superata la soglia delle 50 mila firme, la proposta dovrà ora essere depositata formalmente in Parlamento e assegnata alle commissioni competenti. Questo passaggio, però, non comporta alcun obbligo di approvazione. La storia delle leggi di iniziativa popolare mostra come molte di esse non vengano mai calendarizzate o decadano a fine legislatura, soprattutto in assenza di un solido sostegno politico.

Dalla neutralità scientifica alla parola d’ordine politica

Il caso della remigrazione mostra come un termine nato in ambito accademico possa trasformarsi profondamente. Da concetto neutro, legato a una scelta individuale, la parola è diventata uno strumento politico sempre più centrale nel discorso delle destre radicali. In Francia ha ispirato movimenti e convegni dedicati, mentre in Germania e Austria è ormai un pilastro della propaganda dei partiti di estrema destra.

La diffusione in Europa e negli Stati Uniti

Negli ultimi anni il termine ha guadagnato visibilità anche nel dibattito internazionale. In Germania, l’AfD lo ha posto al centro della propria strategia politica, con la leader Alice Weidel che lo ha apertamente rivendicato durante un congresso del partito nel gennaio 2025. Espressioni simili sono emerse anche nella retorica politica statunitense, dove Donald Trump ha parlato di rimpatri di massa dei migranti irregolari, contribuendo indirettamente alla circolazione del concetto, seppur con termini diversi.

L’ingresso del termine “remigrazione” nel dibattito politico italiano

In Italia, “remigrazione” ha iniziato a comparire con maggiore frequenza sui media nel corso del 2024, per poi entrare nel lessico politico all’inizio del 2025. A utilizzarla esplicitamente è stato anche il capogruppo leghista in Lombardia Alessandro Corbetta, che ha richiamato l’esperienza di altri Paesi europei per sostenere la necessità di discutere seriamente di rimpatri e allontanamenti.

Una parola, molti significati

Oggi la remigrazione assume sfumature diverse a seconda del contesto e dell’uso politico che se ne fa. Nel linguaggio dell’estrema destra è spesso inserita in un frame securitario, che individua nel migrante una minaccia da neutralizzare attraverso strumenti di repressione, controllo e allontanamento forzato. In questo senso, il confine tra “remigrazione” e “deportazione di massa” diventa sempre più sottile.

Origini linguistiche e futuro del termine

Dal punto di vista linguistico, la parola deriva dall’unione di “migrazione” con il prefisso “re-”, che indica un ritorno all’indietro. Il verbo “remigrare” era già attestato nel Cinquecento, usato da Giordano Bruno con il significato di tornare al luogo d’origine. Il sostantivo, però, non è ancora registrato nei principali dizionari italiani. Il suo ingresso ufficiale dipenderà dalla frequenza e dal tipo di utilizzo nel discorso pubblico, soprattutto se continuerà a essere associato a pratiche di ritorno forzato nei Paesi d’origine.

Tags: Approfondimentoremigrazione

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