Umberto Bossi, fondatore della Lega Nord e tra i protagonisti più riconoscibili della Seconda Repubblica italiana, è morto all’ospedale di Circolo di Varese. Aveva 84 anni. La notizia, riportata dall’Ansa e confermata da fonti parlamentari qualificate, è arrivata intorno alle 20.50. Bossi era ricoverato dalla sera precedente, dopo un peggioramento delle condizioni di salute già gravemente compromesse dall’ictus cerebrale che lo aveva colpito nel marzo del 2004.
Dalle origini autonomiste alla fondazione della Lega
Nato il 19 settembre 1941 a Cassano Magnago, nel cuore della provincia di Varese, Bossi era cresciuto nel tessuto sociale della piccola imprenditoria del Nord. Dopo un’iscrizione mai conclusa a Medicina all’Università di Pavia e un breve passaggio giovanile nel PCI, la svolta arrivò nel 1979, quando conobbe Bruno Salvadori, leader dell’Union Valdôtaine, e poco dopo Roberto Maroni, con cui avrebbe costruito un lungo sodalizio politico.
Nel 1984 fondò la Lega Autonomista Lombarda, poi ribattezzata Lega Lombarda, e nel 1989 diede vita alla Lega Nord, aggregando i diversi movimenti autonomisti del Settentrione — dalla Liga Veneta al Piemont Autonomista. Alle politiche del 1987 venne eletto al Senato per il collegio di Varese, guadagnandosi il soprannome che lo avrebbe accompagnato per sempre: il Senatùr.
L’ascesa e gli anni al governo
L’affermazione elettorale fu rapidissima. Alle Europee del 1989 Bossi raccolse oltre 68.000 preferenze; alle politiche del 1992, anno dell’esplosione di Tangentopoli, venne rieletto alla Camera con quasi 240.000 voti, una delle cifre più alte dell’intero Paese. In quel contesto di terremoto politico, la Lega si impose come interprete del malcontento fiscale e istituzionale del Nord.
Nel 1994 l’alleanza con la Forza Italia di Silvio Berlusconi portò il centrodestra al governo. Bossi divenne una figura chiave della coalizione, ma la convivenza durò meno di un anno: a dicembre, il Senatùr ritirò l’appoggio della Lega e provocò la caduta dell’esecutivo. Il rapporto con Berlusconi sarebbe stato da quel momento un susseguirsi di rotture e riavvicinamenti, fino alla nuova alleanza nella Casa delle Libertà e ai governi Berlusconi II e III (2001-2006), in cui Bossi ricoprì il ruolo di ministro per le Riforme istituzionali e la devoluzione.
L’ictus del 2004 e il declino fisico
La mattina dell’11 marzo 2004 un ictus cerebrale cambiò per sempre la vita di Bossi. Ricoverato d’urgenza, riportò un’emiparesi che non si risolse mai completamente. La convalescenza durò oltre un anno e, nonostante il ritorno sulla scena politica sul finire del 2005, le capacità motorie e vocali rimasero gravemente compromesse. Bossi tornò comunque al governo nel 2008 come ministro delle Riforme nel quarto esecutivo Berlusconi, presentando nel 2009 il disegno di legge sul federalismo fiscale.
Le dimissioni e la sfida a Salvini
Nel 2012 Bossi si dimise dalla segreteria della Lega Nord, per “tutelare la famiglia”, travolta da alcune indagini. Diciotto mesi dopo le dimissioni, tentò di riprendersi il partito candidandosi alle primarie contro Matteo Salvini, che lo batté nettamente con l’82% dei voti. Da quel momento, il rapporto tra fondatore e nuovo segretario si fece sempre più aspro: Bossi non risparmiò critiche alla svolta nazionalista e sovranista impressa da Salvini, che aveva trasformato la Lega da movimento territoriale del Nord a partito con ambizioni di radicamento nazionale.
Nell’ottobre 2022, dopo la rielezione alla Camera come deputato più anziano in carica, Bossi fondò il Comitato del Nord, una corrente interna critica della linea salviniana e orientata al ritorno alle istanze autonomiste originarie. Alle Europee del 2024 arrivò lo strappo più clamoroso: attraverso l’ex deputato Paolo Grimoldi, Bossi fece sapere di aver votato Forza Italia, dando la preferenza a Marco Reguzzoni, ex leghista candidato come indipendente. Un gesto che Salvini definì pubblicamente una mancanza di rispetto verso l’intera comunità del partito, pur ribadendo la gratitudine verso il fondatore.
I primi messaggi di cordoglio
Le reazioni alla notizia della morte sono arrivate immediate dal mondo politico. Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia, ha ricordato Bossi come un politico di grande intelligenza e un protagonista del cambiamento in Italia, sottolineandone il legame con Silvio Berlusconi. Pier Luigi Bersani, dalle file del centrosinistra, ha definito Bossi l’avversario più dignitoso della sua carriera politica. Pier Ferdinando Casini lo ha salutato come un indomito lottatore, rude e scomodo ma profondamente buono, meritevole del rispetto anche degli oppositori.
L’eredità politica: dal federalismo al populismo territoriale
Con la sua retorica abrasiva, i raduni di Pontida, l’ampolla con l’acqua del Po e lo slogan “Roma ladrona“, Bossi ha ridisegnato il linguaggio e la geografia della politica italiana. Ha portato al centro del dibattito pubblico temi come il federalismo, il rapporto tra Nord e Sud, la riforma dello Stato e la difesa delle identità regionali. La Lega da lui fondata ha governato l’Italia, ha condizionato legislatura dopo legislatura l’agenda parlamentare e ha generato una classe dirigente — da Maroni a Giorgetti, da Zaia a Salvini — che continua a occupare posizioni chiave nelle istituzioni.
Bossi lascia la moglie Manuela Marrone e i figli Riccardo, Renzo, Roberto Libertà ed Eridiano Sirio. Il più noto, Renzo — soprannominato “Trota” per una celebre battuta paterna — era stato consigliere regionale in Lombardia a soli 22 anni.






