A poco più di sette giorni dallo sbarco ad Agrigento, la nave Aurora di Sea-Watch è stata bloccata per 45 giorni con un fermo amministrativo. Un provvedimento deciso dalle autorità che ha subito acceso nuove tensioni. Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, non ha usato mezze misure: secondo lui, la nave ha ignorato le regole, in particolare la mancata comunicazione con le autorità competenti, un’azione che viola il diritto internazionale. Nel frattempo, Sea-Watch racconta un altro lato della storia, denunciando aggressioni e violenze subite in acque internazionali durante le operazioni di soccorso. La situazione resta tesa, con il dibattito sul confine tra emergenza umanitaria e rispetto delle norme più acceso che mai.
Fermo per la nave Aurora
La Prefettura di Agrigento ha ufficializzato il blocco di 45 giorni per la nave Aurora. Il motivo? Una presunta violazione delle regole internazionali sulle operazioni di salvataggio in mare. Secondo il Viminale, durante il recupero di 44 persone sulla piattaforma petrolifera Didon, l’equipaggio non avrebbe avvisato le autorità libiche dei propri spostamenti. Questo mancato coordinamento sarebbe una violazione delle norme a cui devono attenersi le navi impegnate nei soccorsi. Piantedosi non ha lasciato spazio a dubbi: “Le leggi si rispettano”, ha detto, sottolineando l’importanza di seguire le procedure che regolano il salvataggio e la gestione delle emergenze in mare.
Sea-watch accusa la Guardia Costiera Libica: “Ci hanno sparato contro”
Sea-Watch Italia ha risposto al fermo con parole dure, denunciando rischi e minacce durante le operazioni di soccorso. L’organizzazione spiega che le autorità libiche, pur essendo al centro degli attacchi, non sono state informate perché considerate una minaccia diretta: “Sono le stesse che ci sparano addosso”, si legge nel comunicato. Inoltre, Sea-Watch ha presentato denunce in Italia e Germania contro la Guardia costiera libica. L’accusa più grave riguarda un episodio del 26 settembre 2025, quando la Sea-Watch 5, con a bordo 66 persone salvate, è stata aggredita, minacciata e colpita da un proiettile sparato da una motovedetta libica. Le denunce parlano di reati pesanti, tra cui la pirateria, come definita dalla Convenzione Onu sul diritto del mare e dalle leggi internazionali recepite in Italia.
Sea-Watch ha chiesto alle autorità italiane e tedesche di approfondire le indagini e di perseguire chi ha commesso questi atti violenti. Il caso mette in luce la forte tensione nel Mediterraneo, dove il soccorso si scontra spesso con situazioni politiche e di sicurezza molto complesse. L’organizzazione continua a denunciare difficoltà e pericoli, sottolineando la necessità di un quadro normativo chiaro, che protegga sia chi fugge dalla guerra e dalla povertà, sia chi si mette in gioco per salvarli.






