Bologna, 13 febbraio 2026 – La questione dell’apertura di un Centro di Permanenza per i Rimpatri (Cpr) a Bologna riaccende il dibattito politico e istituzionale in Emilia-Romagna, con un acceso confronto tra il Governo e le amministrazioni locali. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha comunicato con fermezza l’intenzione di proseguire nella realizzazione della struttura, mentre il Comune di Bologna e la Città metropolitana ribadiscono la loro contrarietà.
Piantedosi conferma: “Un Cpr a Bologna si farà a breve”
A margine della presentazione del suo libro a Bologna, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato l’imminente individuazione del sito destinato ad ospitare il nuovo Cpr in città. In una lettera inviata al presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, Piantedosi ha sottolineato la necessità di implementare i centri permanenti per il rimpatrio, soprattutto nelle regioni ancora prive di tali strutture, indicando l’Emilia-Romagna come prioritaria. Il ministro ha evidenziato come la presenza di cittadini stranieri irregolari dediti a comportamenti pericolosi rappresenti un problema di sicurezza da affrontare con “il massimo impegno” e ha ribadito che il Cpr di Bologna sarà destinato “prioritariamente proprio alle esigenze di sicurezza locali”.
Il progetto non è nuovo: l’ipotesi di riapertura di un Cpr sotto le Due Torri era già stata avanzata nel settembre 2025, ma aveva incontrato l’opposizione di numerosi enti locali. Piantedosi, tuttavia, ha respinto le critiche, definendo “il vero problema dei Cpr quelli che fanno ostruzionismo ideologico” e ha menzionato un’indagine giudiziaria a Ravenna che ha accertato certificazioni mediche false per impedire il trasferimento di persone pericolose nei centri.
Comune e Regione contrari, ma aperti al dialogo su sicurezza e immigrazione
Il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, ha ribadito la propria contrarietà all’apertura del Cpr in città. “La proposta di portare qui un nuovo Cpr è sbagliata”, ha affermato, sottolineando che si tratta di una struttura che “non funziona” e che in passato è già stata chiusa in questa città. Lepore ha evidenziato come i Cpr esistenti in Italia siano spesso vuoti: su 1.238 posti disponibili, attualmente ne sono occupati solo 546, e solo il 10% delle espulsioni avvengono tramite questi centri. Per il sindaco, la priorità è rafforzare la presenza delle forze dell’ordine sul territorio, garantire una maggiore sicurezza nelle zone più a rischio come la stazione e migliorare gli strumenti di controllo urbano.
Anche la Città metropolitana, tramite la consigliera delegata al Welfare Sara Accorsi, si è espressa contro il Cpr, sostenendo che il vero cuore pulsante dell’accoglienza nel territorio sono i servizi del Sistema di accoglienza e integrazione (Sai), che promuovono autonomia e inclusione, e non la detenzione amministrativa. Accorsi ha sottolineato la necessità di risorse maggiori per le forze di polizia locali e di interventi strutturali per la sicurezza, ma ha escluso il Cpr come strumento efficace per garantire la sicurezza dei cittadini.
Il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele de Pascale, ha mantenuto una posizione più cauta, ribadendo che il dialogo sul tema della sicurezza e dell’immigrazione deve superare le posizioni ideologiche e non concentrarsi esclusivamente sul Cpr, soprattutto in una città come Bologna, già gravata da tensioni e difficoltà.
Il contesto nazionale e le criticità del sistema Cpr
Il dibattito bolognese si inserisce in un contesto nazionale complesso, dove i Centri di Permanenza per i Rimpatri rappresentano una componente fondamentale della politica migratoria italiana. I Cpr sono strutture di detenzione amministrativa in cui vengono trattenute persone migranti in situazione di irregolarità, con lo scopo di facilitare il rimpatrio. Tuttavia, la loro efficacia è spesso messa in discussione: i dati mostrano che meno della metà delle persone trattenute viene effettivamente espulsa, e la durata del trattenimento può variare da 30 a 90 giorni, prorogabili in alcuni casi.
I Cpr operano in una condizione di privazione della libertà personale assimilabile a una detenzione carceraria, ma con una normativa meno organica rispetto alle carceri tradizionali. Le strutture sono spesso situate in aree extraurbane, in edifici riconvertiti come ex caserme o penitenziari, e sono state oggetto di frequenti proteste e critiche per le condizioni di detenzione.
La recente lettera di Piantedosi alla Regione Emilia-Romagna riafferma l’intenzione del governo di rafforzare il piano per l’istituzione dei Cpr, inserendoli in una strategia più ampia di contrasto all’illegalità e di sicurezza urbana. La questione rimane però altamente controversa, come dimostrano le divisioni politiche e sociali emerse a Bologna e in altre città italiane.
L’apertura di un nuovo Cpr a Bologna sarà dunque al centro di un acceso confronto tra le necessità di sicurezza e controllo dei flussi migratori e le istanze di tutela dei diritti e di accoglienza espresse dalle amministrazioni locali e dalla società civile.






