Roma, 13 marzo 2026 – La tensione politica si acuisce nel panorama italiano a seguito delle recenti prese di posizione sul tavolo di confronto proposto dalla Premier riguardo alla crisi internazionale in Medio Oriente: il segretario di Azione, Carlo Calenda, ha sintetizzato la situazione in un post dal titolo emblematico “Un campo largo chiamato Giuseppi“, esprimendo con chiarezza le dinamiche interne che coinvolgono le forze politiche principali.
La frattura tra Conte e Schlein sul tavolo di confronto
Secondo Calenda, le opposizioni hanno chiesto un rapido aggiornamento sulla situazione in Medio Oriente, ma la risposta della Premier è stata di proporre un incontro ristretto a Palazzo Chigi, dopo aver già riferito in Parlamento. Giuseppe Conte, leader del Movimento 5 Stelle, ha però detto no a questo formato, imponendo di fatto a Elly Schlein e al suo Partito Democratico di seguirlo in questa scelta di rifiuto.
Nel frattempo, Italia Viva, che aveva inizialmente proposto una mozione comune sulla situazione dell’Iran, ha inviato una nota confusa dichiarando di condividere la linea del Pd, che però resta vincolata alla decisione di Conte. Calenda ironizza definendo questo schieramento come un “campo largo” che in realtà porta il nome di “Giuseppi“, un chiaro riferimento al Premier.
Un elemento che Calenda sottolinea con evidente critica riguarda il Movimento 5 Stelle, che si è astenuto su una mozione di condanna della Russia per il reclutamento di mercenari africani, aggiungendo un ulteriore motivo di dissenso.

Le posizioni di Calenda su sicurezza e politica estera
Durante l’intervista a Omnibus su La7, Carlo Calenda ha ribadito la necessità di una riforma liberale della giustizia, sottolineando come il problema principale non sia il controllo politico sulla magistratura, bensì la situazione in cui magistrati per ragioni umanitarie rilasciano immigrati irregolari con precedenti penali gravi, mentre le forze dell’ordine, esauste, non riescono a procedere efficacemente agli arresti.
Sulla politica estera, Calenda si è espresso in modo netto sulla presenza italiana in teatri di crisi come Iraq e Libano. Ha sostenuto che è giusto lasciare l’Iraq e ha suggerito di riconsiderare la missione Unifil in Libano, vista la complessità e l’intensificarsi degli attacchi israeliani volti a distruggere Hezbollah. Calenda ha affermato che l’Italia dovrebbe ritirarsi da questi scenari, poiché la funzione di interposizione o di addestramento è ormai conclusa, e la guerra in corso riflette conflitti iniziati da figure come Trump e Netanyahu.





