Roma, 31 gennaio 2026 – Nel corso dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario, il presidente della Corte d’Appello di Roma, Giuseppe Meliadò, ha tracciato un quadro dettagliato e preoccupante dell’attuale situazione giudiziaria e criminale del distretto capitolino e del Lazio. Nella relazione, si sottolinea come “mai come oggi le toghe appaiono vulnerabili”, evidenziando una crescente fragilità percepita dei magistrati e del sistema giudiziario nazionale. La relazione evidenzia, inoltre, l’impatto crescente dei processi per codice rosso e la pressione esercitata da una criminalità organizzata in espansione, con ripercussioni significative sulla capacità operativa degli uffici giudiziari.
Le problematiche della giustizia oltre i magistrati
Nel suo intervento, Meliadò ha evidenziato che il Paese si trova in una fase di forte divisione sui temi legati alla giustizia come dimostrato dal Referendum di marzo. Tuttavia, ha precisato che “i problemi veri della giustizia hanno altre coordinate” e non riguardano il modello del magistrato, che la Costituzione italiana definisce come indipendente, operante “senza timori e senza speranze”. Secondo il magistrato, questa indipendenza dovrebbe essere preservata senza compromessi.
La vera sfida, ha spiegato, è rivolta a chi governa il Paese, chiamato a garantire un servizio giustizia efficiente. Solo attraverso un sistema giudiziario funzionale e tempestivo, ha affermato, si può assicurare la credibilità delle istituzioni e mantenere alta la fiducia dei cittadini nella magistratura.
Il peso dei processi per codice rosso a Roma
Secondo quanto riportato nella relazione, i procedimenti definiti dal codice rosso, che tutelano le vittime di violenza domestica e di genere, rappresentano una quota consistente dell’attività giudiziaria nella capitale. Nel 2025, questi processi hanno costituito oltre il 30% dei procedimenti di rito collegiale (549 su 1856) trattati dal Tribunale di Roma e il 13% di quelli monocratici. L’ufficio gip/guo ha definito ben 4.379 procedimenti di questa tipologia, mentre ne risultano ancora pendenti 2.826.
L’impatto di questo fenomeno è tale che la Corte d’Appello ha dovuto suddividere i processi per codice rosso tra tutte le sezioni penali ordinarie, un segnale della pressione senza precedenti esercitata su tutto il sistema giudiziario romano. Questi dati testimoniano sia il crescente ricorso alle denunce da parte delle donne e dei soggetti vulnerabili, favorito dal miglioramento degli istituti di tutela, sia la complessità delle questioni trattate.
Criminalità dilagante e carenza di magistrati
Un altro elemento di grande rilievo nella relazione del presidente Meliadò riguarda la persistente difficoltà nel contrasto alla criminalità dilagante in città. Nonostante l’impegno di un numero esiguo di magistrati, il distretto di Roma deve affrontare una criminalità organizzata radicata e in espansione, che si manifesta in molteplici forme, tra cui il traffico di stupefacenti.
Nel solo 2025, presso l’ufficio gip-gup della Capitale sono stati iscritti 254 procedimenti in materia di criminalità organizzata, quasi uno al giorno, con un incremento del 30% rispetto al biennio precedente. Di questi, 27 coinvolgevano oltre 30 imputati e 144 ne includevano tra 11 e 30, con un aumento del 10,8%. La presenza della criminalità organizzata non si limita a Roma ma si estende anche ai circondari di Velletri, Latina, Frosinone e Cassino.
In parallelo, il fenomeno del traffico di stupefacenti continua a rappresentare una minaccia grave e complessa, con modalità operative sempre più sofisticate e pericolose. La relazione di Meliadò sottolinea come Roma sia «assediata» da questo fenomeno, che costituisce una delle principali fonti di espansione della criminalità nel territorio laziale.
Questa situazione si accompagna a una criticità non meno importante: la carenza di organico tra i magistrati. La relazione avverte che senza interventi organizzativi e potenziamenti strutturali, migliaia di processi rischiano di non essere gestiti con l’efficienza necessaria, compromettendo la capacità di rendere il rischio penale un reale deterrente per la criminalità.
Le parole del procuratore generale Amato
Anche il procuratore generale Giuseppe Amato ha espresso un netto giudizio critico sulla recente riforma delle carriere giudiziarie, sottolineando il crescente disagio tra i magistrati.
Nel suo discorso, Amato ha evidenziato come il malcontento all’interno della magistratura sia nato e si sia rafforzato nel tempo, a causa della mancanza di un reale confronto. «Il dialogo è stato solo promesso, ma è rimasto lettera morta», ha affermato il procuratore generale, denunciando che «lo sforzo è stato solo quello di arrivare alla approvazione della riforma, con testo bloccato, senza intoppi e nel più breve tempo possibile». Questo approccio, secondo Amato, ha portato a una situazione in cui «tante iniziative normative, pur importanti, sono state messe su un binario morto, proprio con l’intento di privilegiare, senza se e senza ma, la separazione delle carriere».
Il procuratore generale ha definito questa scelta come «indubbiamente mortificante per la categoria» e ha messo in guardia sulle possibili ripercussioni di una simile mortificazione: «Una categoria mortificata è una categoria che può correre il rischio di chiudersi in se stessa e che, proprio perché separata, può finire con il perdere il senso proprio della posizione di “parte imparziale”». Queste parole riflettono la preoccupazione per il futuro equilibrio istituzionale e l’efficacia del sistema giu




