Per un atleta, la parola “Olimpiadi” non è una destinazione: è una geografia interiore fatta di anni, rinunce, piccole ossessioni quotidiane. Linda Rossi lo racconta senza retorica ai microfoni di Newzgen, con quella voce che resta quando la gara è finita e devi tornare in camera, da solo, con il silenzio addosso. Il suo percorso verso Milano-Cortina 2026 si è interrotto a un passo dal traguardo per le quote nazioni stabilite dal CIO: un dettaglio regolamentare che, per chi vive lo sport, può diventare una frattura emotiva.
Nell’intervista a Newzgen, Rossi ricostruisce il momento in cui ha capito che la “porta” si stava richiudendo: era a letto in hotel, durante un raduno preolimpico, e quelle parole che poi ha affidato ai social le sono uscite “di getto”. “Ho iniziato a piangere a dirotto”, dice, spiegando quanto sia difficile accettare che un obiettivo coltivato fin da bambina si sgretoli senza un errore “tuo”, senza un cronometro che ti condanni in modo netto.
Il peso della delusione e la scelta di chiedere aiuto
La parte più forte del racconto, però, è ciò che viene dopo. Perché la delusione non è solo sportiva: è identitaria. “Ti senti quasi un fallimento”, ammette Rossi, raccontando quel passaggio sottile in cui la mente trasforma un risultato mancato in un giudizio su se stessi. E proprio qui arriva la scelta più adulta: chiedere aiuto.
Rossi parla apertamente di un percorso terapeutico per metabolizzare l’urto emotivo. “Non mi vergogno a dire che ci sono persone che mi stanno aiutando”, spiega, aggiungendo un concetto che vale ben oltre le piste di ghiaccio: le Olimpiadi sono enormi, sì, ma non possono diventare l’unico metro con cui misurare una vita. L’obiettivo, per lei, è rimettere le cose nella giusta scala, imparare a “sentire la propria voce” e sostenersi quando serve, senza negare il dolore ma senza lasciargli il comando.
Dal pattinaggio a rotelle al ghiaccio: ricominciare a 19 anni
C’è poi un pezzo di storia che spiega perché questa mancata qualificazione bruci così tanto: Rossi arriva dal pattinaggio a rotelle e il passaggio al ghiaccio è stato un vero “reset”. “Tremendo”, lo definisce lei stessa: freddolosa, di Senigallia, catapultata in uno sport che richiede un equilibrio diverso, un’altra sensibilità, un corpo che deve reimparare a fidarsi.
Ricorda il primo giro “attaccata ai tappetoni laterali” per non cadere. Ricominciare a 19 anni non è solo una scelta tecnica: è una scommessa contro il tempo e contro i paragoni. In quattro anni nelle Fiamme Azzurre, racconta, è arrivata a firmare record personali in Coppa del Mondo. Ed è proprio questa consapevolezza — “avere il livello per stare con le migliori” — a rendere più amaro l’epilogo.
Inzell, i genitori sugli spalti e l’orizzonte 2030
La rinascita, però, passa anche da una pista precisa: Inzell. L’ultima gara della stagione diventa un luogo mentale in cui Rossi entra senza pressioni, “solo per divertirmi”, perché ormai la qualificazione era sfumata. Sugli spalti ci sono i genitori: urlano, gioiscono, e in quel momento la realtà si riordina. Non sparisce l’amarezza, ma cambia la prospettiva: “anche senza Olimpiadi, il talento e l’affetto delle persone restano”.
Ora Rossi guarda avanti. Le Alpi Francesi 2030 non sono una promessa, ma un’ipotesi concreta da costruire con una consapevolezza nuova: il tempo non è soltanto un orologio, è il modo in cui un percorso si trasforma. E a volte, anche quando fa male, ti porta più vicino a te stessa.
