“Si sente l’odore del sangue”: Pegah Moshir Pour, attivista iraniana che da anni vive in Italia, descrive così a Newzgen le ore più tese di un Paese dove le notizie arrivano a frammenti, spesso attraversando filtri, censure e interruzioni della rete. Il punto centrale della sua testimonianza è netto: non sarebbe “una questione di spie o infiltrati”, ma la prosecuzione di una richiesta di autodeterminazione che dura da decenni, oggi amplificata da una disobbedienza civile sempre più larga.
Il contesto rende la verifica indipendente complicata. Nelle ultime settimane diverse organizzazioni e media internazionali hanno segnalato nuove restrizioni digitali e rallentamenti o blackout, elementi che riducono ulteriormente la possibilità di ricostruire in tempo reale cosa accade nelle città e quanti siano i feriti o i morti. Proprio per questo, nell’intervista, Pegah insiste sul rischio più subdolo: quando il buio informativo diventa normalità, la repressione guadagna terreno.
Il segnale del Gran Bazar: quando si ferma l’economia “reale”
Tra i passaggi più forti dell’intervista c’è quello sul Gran Bazar di Teheran. Pegah lo definisce il cuore del “patto sociale” del Paese: un mondo tradizionalmente prudente, legato alla stabilità, che – se decide di fermarsi – manda un segnale che va oltre la protesta di piazza. “L’ultima volta che si sono mossi così è stato nel 1979”, ricorda.
Negli stessi giorni, reportage e ricostruzioni hanno collegato la protesta anche a categorie economiche e mercati, con chiusure e scioperi che, storicamente, incidono sulla tenuta interna più di molte dichiarazioni politiche. È qui che, secondo Pegah, si incastra la sensazione di “punto di rottura”: se la macchina economica rallenta, la capacità del potere di reggere urti ripetuti diventa più fragile.
Pegah Moshir Pour: “Difendiamo le persone, non i regimi”
Pegah rifiuta la lettura “a blocchi” del conflitto: “L’errore è dimenticarsi degli esseri umani per guardare alle bandiere”. Nella sua analisi, la rivolta non sarebbe “religiosa” né puramente geopolitica, ma una questione di vita quotidiana: giovani che studiano, lavorano, e si sentono intrappolati. La sua fotografia della Generazione Z è durissima: “Non abbiamo nulla da perdere”.
Sul piano politico, l’attivista invoca una pressione più compatta: delegittimare il regime, irrigidire il perimetro delle relazioni e spingere su misure simboliche e operative, a partire dal tema – ricorrente nel dibattito europeo – dell’inserimento dei Guardiani della Rivoluzione nelle liste terroristiche. È un terreno complesso e divisivo, su cui pesano vincoli legali e diplomatici e su cui, da tempo, istituzioni e governi discutono senza una linea unica.
La “partita culturale”: scuola, consapevolezza e rischio silenzio
C’è poi un ultimo livello, meno immediato ma centrale nel ragionamento di Pegah: l’educazione. “A scuola in Italia l’Iran non si studia”, dice, se non per capitoli lontani nel tempo. La sua richiesta è trasformare l’attualità in conoscenza, spiegare contesti e fratture storiche per non restare “succubi delle narrazioni altrui”.
La chiusura dell’intervista è, insieme, lucida e inquieta: Pegah dice di temere la frammentazione interna, ma di fidarsi della “consapevolezza politica dei giovani”. E mette un punto che suona come un avvertimento: oggi i riflettori sono accesi; domani il rischio è che il silenzio torni a coprire tutto.






