Il conto alla rovescia per Milano-Cortina 2026 entra nella sua fase più intensa e, mentre l’attenzione si concentra sui grandi nomi olimpici, c’è un’Italia che si prepara a vivere un appuntamento altrettanto simbolico: le Paralimpiadi in casa. Gianluigi Rosa, veterano del Para Ice Hockey azzurro, racconta a Newzgen un percorso che nasce da una scena semplice e potentissima: le Paralimpiadi di Torino 2006 viste dal divano, durante la riabilitazione dopo un incidente. “Torino è stata la scintilla”, spiega. “Avevo perso una gamba da poco e vedere quegli atleti mi ha fatto innamorare dell’hockey”.
Oggi, l’idea di scendere sul ghiaccio davanti al pubblico italiano ha il sapore di un ritorno alle origini. Rosa parla di un’emozione “indescrivibile”, di un cerchio che si chiude passando dalla TV di casa all’Arena Santa Giulia. E c’è anche un obiettivo che va oltre il risultato: trasformare quella visibilità in un invito concreto. “Spero che spinga molti ragazzi con disabilità a provare questo sport meraviglioso”, dice, puntando dritto al cuore del tema: sentirsi rappresentati può cambiare la traiettoria di una vita.
Gianluigi Rosa”: “La velocità è raddoppiata”
Nel racconto di Rosa, il Para Ice Hockey non è un’appendice dello sport tradizionale: è agonismo puro. Lo dice senza giri di parole, partendo anche da una lezione personale. “A 19 anni ero arrogante e pensavo che senza una gamba fosse facile. Invece ho preso mazzate dai veterani”. È un passaggio che restituisce la durezza tecnica della disciplina: equilibrio estremo sulla slitta, braccia che diventano motore, forza esplosiva e resistenza.
Il salto di qualità, negli anni, è stato netto. Rosa descrive uno scenario in cui le prime otto nazionali al mondo “lavorano come professionisti” e sottolinea il cambio di ritmo rispetto alle sue prime esperienze: “Da Vancouver 2010, la velocità del gioco è raddoppiata”. Un’evoluzione che alza l’asticella quotidiana, in allenamento e nella testa, perché quando il livello cresce non basta partecipare: serve reggere l’urto della competizione.
La sfida con le superpotenze e la partita che può cambiare tutto
La geografia del Para Ice Hockey mondiale, per Rosa, è chiara: Stati Uniti favoriti assoluti, Canada primo antagonista. Ma l’Italia non parte per recitare un ruolo marginale. L’obiettivo dichiarato è entrare nel gruppo che lotta per il podio con Repubblica Ceca e Cina, sfruttando anche il “fattore casa” come spinta emotiva e mentale.
C’è una data cerchiata in rosso: 9 marzo, la partita contro i cinesi. “Lì capiremo se possiamo ambire a una finale”, spiega Rosa. In quella frase c’è tutta la sostanza dei Giochi: un match che può diventare spartiacque, non solo per un torneo, ma per l’idea stessa di una medaglia storica davanti al pubblico italiano.
La “legacy” e il soprannome Pink Cadillac: “Ridiamo per vivere al massimo”
Quando si parla di eredità olimpica e paralimpica, Rosa porta la discussione sul terreno concreto: strutture permanenti e accessibili. “L’hockey esiste dove c’è uno stadio dedicato”, osserva, chiedendo che Milano possa avere un palazzetto capace di restare vivo dopo i Giochi. Perché la legacy, insiste, non è soltanto una questione di medaglie: è abbattimento delle barriere architettoniche e mentali, possibilità reale per i giovani di allenarsi senza viaggi interminabili.
E poi c’è il lato umano, quello che nello spogliatoio conta quanto la tattica. Sui social Rosa è “Pink Cadillac”, soprannome nato nel 2014 negli Stati Uniti per via di un guscio rosa sulla slitta e diventato, col tempo, un simbolo di leggerezza intelligente. “In uno spogliatoio di hockey l’ironia è fondamentale”, dice. “Ridere della propria condizione è il modo migliore per vivere lo sport e la vita al massimo”.
