Roma, 11 gennaio 2026 – Con l’arrivo dell’inverno, la vitamina D torna a essere al centro dell’attenzione medica e nutrizionale, soprattutto per i rischi legati alla sua carenza, molto diffusa nei mesi freddi. L’esposizione solare ridotta, unita a stili di vita sempre più indoor, contribuisce infatti a un calo significativo dei livelli di questa vitamina essenziale per il benessere dell’organismo.
L’importanza della vitamina D durante l’inverno
La vitamina D, nota anche come “vitamina del sole”, è un pro-ormone liposolubile fondamentale per numerose funzioni fisiologiche. Essa regola l’assorbimento intestinale di calcio e fosforo, minerali cruciali per la mineralizzazione delle ossa, la salute dei denti e il funzionamento muscolare. Inoltre, svolge un ruolo importante nel sistema immunitario modulando le infiammazioni e contribuendo alla difesa contro le infezioni.
La principale fonte di vitamina D per l’organismo umano è la sintesi cutanea stimolata dai raggi ultravioletti B (UVB) del sole. Tuttavia, durante l’inverno, con giornate più brevi e una minore intensità della luce solare, questo processo si riduce drasticamente. Il 7-deidrocolesterolo presente nella pelle viene convertito in vitamina D3 (colecalciferolo), ma l’esposizione limitata riduce la produzione endogena. L’alimentazione copre solo una parte minima del fabbisogno, con alimenti come pesci grassi (salmone, sgombro, aringa), tuorlo d’uovo, fegato e alimenti fortificati.
L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) raccomanda l’integrazione di vitamina D solo in presenza di evidenti carenze o condizioni particolari, come per anziani, neonati, o persone con malassorbimento. È importante evitare l’autosomministrazione perché un eccesso può essere tossico, richiedendo sempre un monitoraggio medico.
Sintomi e rischi di carenza
La carenza di vitamina D, spesso sottovalutata, può manifestarsi con sintomi poco specifici ma significativi. La stanchezza persistente, dolori muscolari diffusi, umore basso e difficoltà di concentrazione sono segnali comuni che possono essere erroneamente attribuiti a stress o al normale malessere stagionale. Nei casi più gravi, la carenza può portare a compromissione della salute scheletrica, con osteomalacia negli adulti e rachitismo nei bambini.
L’ipovitaminosi D è associata anche a un aumento del rischio di cadute e fragilità muscolare, soprattutto nelle persone anziane. Studi epidemiologici hanno investigato possibili collegamenti tra bassi livelli di vitamina D e malattie croniche come diabete, sclerosi multipla e alcune forme di cancro, ma finora questi nessi non sono stati confermati in modo definitivo. Analogamente, non è stata dimostrata l’efficacia preventiva o terapeutica della vitamina D nei confronti del Covid-19, come specificato nella nota AIFA 96/2023.
Un semplice esame del sangue, che misura il livello sierico di 25-idrossicolecalciferolo, consente di diagnosticare l’eventuale carenza. L’AIFA indica come valore di riferimento per l’integrazione 12 ng/mL (30 nmol/L), con soglie più elevate per pazienti con patologie specifiche come osteoporosi o malassorbimento.
Strategie per mantenere livelli adeguati di vitamina D
Per prevenire la carenza, nelle stagioni più luminose è sufficiente una moderata esposizione al sole e una dieta equilibrata. In inverno, soprattutto nelle aree con scarsa insolazione, può essere necessario ricorrere a integratori di vitamina D3 sotto controllo medico. La vitamina D3 è preferita rispetto alla D2 per la sua maggiore efficacia nella sintesi e mantenimento dei livelli ematici.
L’alimentazione resta un valido supporto: includere pesce grasso, uova e alimenti fortificati aiuta a coprire una parte del fabbisogno, ma raramente è sufficiente da sola a mantenere livelli ottimali durante i mesi invernali. Per chi trascorre molto tempo al chiuso o presenta fattori di rischio, la supplementazione è una soluzione efficace.
Infine, è importante sottolineare che la vitamina D agisce come un ormone steroideo, influenzando la trascrizione genica e la sintesi di proteine coinvolte nel metabolismo del calcio e nella mineralizzazione ossea. Questo spiega il suo ruolo centrale in vari processi biologici e la necessità di un attento equilibrio per evitare effetti avversi.
