Il giallo sull’estinzione dei mammut si riaccende periodicamente, e l’ultima scintilla arriva da un tipo di prova molto specifico: il cosiddetto quarzo da shock, un minerale che presenta microfratture interne considerate compatibili con pressioni e temperature estreme. In un nuovo lavoro scientifico, i ricercatori riferiscono di aver individuato questi segnali in strati sedimentari datati a circa 12.800 anni fa, in corrispondenza dell’inizio dello Younger Dryas, una fase di brusco raffreddamento climatico che segna un tornante nella storia recente del pianeta.
Lo studio collega i campioni a tre aree note anche per l’archeologia nordamericana: Murray Springs (Arizona), Blackwater Draw (New Mexico) e Arlington Canyon (California). L’idea è che quei granelli “segnati” non siano un dettaglio geologico qualunque, ma un possibile pezzo di un puzzle più grande: l’ipotesi che un evento cosmico (o più eventi) possa aver avuto un ruolo nel collasso di ecosistemi e nella crisi della megafauna del Pleistocene, tra cui i mammut.
Che cosa sarebbe successo 12.800 anni fa: impatto, airburst e “niente cratere”
Il punto che rende questa teoria così “mediatica” è anche quello che la rende più difficile da digerire: non serve un cratere. Secondo i sostenitori dell’ipotesi, l’evento potrebbe essere stato un airburst, cioè un’esplosione in atmosfera (o una frammentazione a bassa quota) di un corpo cometario o asteroide. Un fenomeno del genere può generare onde d’urto e calore sufficienti a lasciare impronte nei minerali e, allo stesso tempo, non produrre il classico segno circolare sul terreno che ci aspetteremmo da un impatto diretto.

In questa ricostruzione, l’onda d’urto e le conseguenze ambientali (incendi, polveri in atmosfera, cambiamenti rapidi) avrebbero contribuito a stressare popolazioni animali già in difficoltà. È un quadro che, se vero, cambierebbe la gerarchia delle cause: non una singola spiegazione “pulita”, ma un evento improvviso capace di amplificare fragilità preesistenti.
Perché non è (ancora) “la prova definitiva”: la comunità scientifica si divide
Qui però arriva la parte che spesso si perde sui social: il dibattito è aperto e lo è da anni. La cosiddetta Younger Dryas Impact Hypothesis ha prodotto studi a favore e studi critici, con un punto ricorrente: molte “tracce” proposte nel tempo non sempre risultano facili da replicare o da interpretare in modo univoco.
Un esempio classico riguarda i nanodiamanti e altri proxy spesso citati in passato: in un lavoro pubblicato su PLOS ONE, un “blind test” (una verifica incrociata tra laboratori) ha evidenziato quanto sia complicato usare certi indicatori come prova solida e condivisa di un impatto. Detto in modo semplice: alcuni segnali potrebbero essere letti in più modi, e non sempre portano tutti nella stessa direzione.
Non a caso, anche studi che trovano nuovi indizi (come il quarzo da shock) vengono valutati con cautela: la domanda non è soltanto “c’è una firma compatibile?”, ma “quella firma può avere altre origini?” e “quanto è estesa e coerente su scala globale?”.
E i mammut? Un enigma che non si spiega con una sola causa
C’è poi un altro elemento che complica il racconto “impatto uguale fine dei mammut”: la storia dei mammut non finisce tutta insieme. In alcune aree del mondo, popolazioni di mammut sono sopravvissute molto più a lungo rispetto ai grandi collassi del tardo Pleistocene. L’esempio più famoso è Wrangel Island, dove gli ultimi mammut lanosi sarebbero scomparsi circa 4.000 anni fa: un finale tardivo e ancora misterioso, che recenti studi genetici descrivono come non facilmente attribuibile a un lento “collasso da consanguineità”, ma forse a un evento improvviso o a fattori ambientali difficili da ricostruire.
Tradotto: anche se un evento cosmico avesse avuto un ruolo in un tratto della storia (per esempio in Nord America, in una fase precisa), non basterebbe da solo a spiegare tutto. È più realistico pensare a un intreccio di pressioni: clima che cambia, habitat che si trasformano, dinamiche ecologiche che saltano, e in alcune aree anche la presenza umana. L’ipotesi cosmica, in questo scenario, sarebbe un possibile acceleratore, non necessariamente “l’unica colpa”.






