Il doomscrolling è quella cosa che fai “solo cinque minuti” e che, all’improvviso, diventa mezz’ora di notizie nere, commenti tossici, video allarmisti e thread infiniti. Non è semplice curiosità: è la tendenza a continuare a scorrere contenuti negativi anche quando ti stanno chiaramente peggiorando l’umore.
Succede perché il cervello, davanti al rischio, si attiva. Le brutte notizie sembrano “urgenti”, quindi il dito continua a scorrere: vuoi capire, vuoi controllare, vuoi non perderti nulla. In più, i social sono costruiti per tenerti lì: più resti, più contenuti arrivano. E spesso, quelli che trattengono di più sono proprio quelli che agitano di più.
Quando smette di essere informazione e diventa stress
Informarsi è sano. Il problema nasce quando l’informazione diventa una specie di “maratona emotiva” senza pause. Secondo gli esperti, il doomscrolling può alimentare stress e ansia e rovinare il sonno, soprattutto quando lo fai la sera come “decompressione” dopo una giornata già pesante.

C’è anche un’altra trappola: la sensazione di controllo. Scorrere ti dà l’illusione che, restando aggiornato, sarai più preparato. Ma se ti ritrovi più teso, più irritabile e con la testa piena di catastrofi, il bilancio è semplice: stai pagando un prezzo.
I segnali che ti dicono che stai esagerando
Non serve un test: di solito te ne accorgi dal corpo prima ancora che dalla testa. Mal di testa, tensione alle spalle, agitazione, respiro corto, difficoltà a staccare. Oppure quel classico “ancora un ultimo scroll” che si ripete dieci volte.
Un altro segnale è il dopo. Chiudi l’app e non ti senti informato: ti senti svuotato. E magari ti porti quella sensazione a letto, con il risultato che addormentarti diventa più difficile o il sonno è più leggero.
Come uscire dal doomscrolling senza sparire dal mondo
La via d’uscita non è “mai più notizie”, ma cambiare le regole del gioco. Funziona quando rendi il doomscrolling scomodo e l’informazione più intenzionale.
Puoi iniziare con un limite semplice e realistico, magari usando un timer: non per punirti, ma per interrompere l’automatismo. Quando suona, fai davvero un cambio di scena: una doccia, due pagine di un libro, una passeggiata breve, anche solo dieci minuti. Il cervello ha bisogno di un “taglio” netto, non di una promessa vaga.
Poi c’è la cosa più sottovalutata: chiederti come stai mentre scorri. Se noti che stai peggiorando, non serve eroismo: cambia contenuto, chiudi, pausa. Non è debolezza, è igiene mentale.
Se invece ti accorgi che l’ansia è costante, che il sonno è compromesso o che non riesci proprio a controllare l’impulso, parlarne con un professionista può aiutare: non perché “sei rotto”, ma perché certe abitudini diventano appiccicose e si affrontano meglio con strumenti giusti.






