Davos, 20 gennaio 2026 – Il nuovo look di Emmanuel Macron al World Economic Forum di Davos non è passato inosservato. Il presidente francese si è presentato con un completo impeccabile e un paio di occhiali da sole scuri, indossati anche in contesti non strettamente “solari”. Un dettaglio solo apparentemente marginale, che riporta al centro della scena un oggetto diventato da tempo molto più di un semplice accessorio funzionale: gli occhiali da sole come status symbol della cultura pop occidentale.
Occhiali da sole: storia di un oggetto cult
Nati con una funzione eminentemente pratica — proteggere gli occhi dalla luce intensa — gli occhiali da sole iniziano a caricarsi di significati simbolici tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Dapprima legati all’ambito medico e militare, vengono poi adottati dal cinema hollywoodiano, che ne intuisce rapidamente il potenziale iconico. Le lenti scure permettono di nascondere lo sguardo, creare distanza, suggerire mistero o autorità: un linguaggio visivo immediato, comprensibile a tutti.
È soprattutto nel secondo dopoguerra che gli occhiali da sole entrano stabilmente nell’immaginario collettivo. Le star del cinema li indossano fuori e dentro il set, trasformandoli in un segno di riconoscimento. Da lì in avanti diventano un simbolo di carisma, ribellione, controllo. Indossarli significa sottrarsi allo sguardo altrui, affermare una posizione di forza, talvolta di superiorità.

Uno status symbol nel cinema
Nel cinema hollywoodiano gli occhiali da sole hanno assunto un valore iconico soprattutto grazie ad alcuni attori che li hanno trasformati in una componente essenziale della propria immagine e dei personaggi interpretati. Non si tratta di un semplice accessorio di scena, ma di un vero e proprio linguaggio visivo capace di raccontare ribellione, potere, eleganza o alienazione.
Tra i primi a caricare le lenti scure di un significato simbolico c’è Marlon Brando. In Il selvaggio degli anni Cinquanta, gli occhiali diventano un’estensione del suo anticonformismo, un segno di sfida alle regole e all’autorità, contribuendo a fissare nell’immaginario collettivo l’associazione tra occhiali da sole e ribellione giovanile. Su una linea simile si colloca James Dean, che pur utilizzandoli in modo meno sistematico, li integra nel proprio mito di giovane inquieto e distante, rafforzando l’idea di un’eroicità fragile e irrisolta.
Negli anni Sessanta l’accessorio cambia registro e si carica di eleganza. Audrey Hepburn, in Colazione da Tiffany, rende gli occhiali da sole un simbolo di raffinatezza senza tempo. Le grandi lenti nere indossate dal suo personaggio segnano un passaggio decisivo: da oggetto legato prevalentemente alla mascolinità ribelle a elemento centrale dell’estetica femminile sofisticata.

Il concetto di “cool” e la valenza ambigua
Il concetto di “cool” trova invece una delle sue massime espressioni in Steve McQueen. In film come Bullitt e Il caso Thomas Crown, gli occhiali da sole diventano sinonimo di controllo, essenzialità e carisma silenzioso. Con McQueen lo sguardo nascosto non comunica distanza, ma sicurezza assoluta, una padronanza totale della scena. Più dura e autoritaria è l’immagine costruita da Clint Eastwood, che nei western e nei polizieschi degli anni Settanta utilizza le lenti scure per rafforzare la figura dell’uomo di legge implacabile, impenetrabile, spesso al limite della violenza.
Con Jack Nicholson gli occhiali da sole assumono una valenza ambigua e inquietante. In film come Easy Rider o Shining, diventano il segno di una trasgressione che può facilmente scivolare nella follia, un accessorio che suggerisce pericolo e instabilità. Una distanza emotiva ancora diversa è quella costruita da Robert De Niro, che li indossa spesso per incarnare personaggi di potere, isolamento e violenza controllata, marcando una separazione netta tra sé e il mondo circostante.

Gli occhiali da sole negli anni ’80 e ’90
Negli anni Ottanta, gli occhiali da sole entrano definitivamente nella cultura pop di massa con Tom Cruise in Top Gun. Gli aviator diventano un simbolo di successo, velocità e sicurezza, un’immagine immediatamente riconoscibile che supera il film e si imprime nell’immaginario collettivo. Poco dopo, Arnold Schwarzenegger in Terminator utilizza le lenti scure in modo opposto: non come segno di fascino, ma come elemento di disumanizzazione. Gli occhiali cancellano lo sguardo, rendendo il personaggio una macchina fredda e invincibile.
Negli anni Novanta, Will Smith rielabora questa eredità in chiave ironica e contemporanea con Men in Black. Qui gli occhiali da sole diventano una vera e propria uniforme, simbolo di appartenenza, controllo e autorità, ma anche di leggerezza e autoironia.
Attraverso questi volti e questi film, Hollywood ha trasformato gli occhiali da sole in un segno narrativo potente. Non servono solo a proteggere gli occhi, ma a definire identità, a stabilire una distanza, a comunicare potere o ribellione. Un accessorio semplice, diventato nel tempo uno dei simboli più riconoscibili della cultura visiva occidentale.

Fonzie e Johnny Bravo
La cultura pop amplifica questo messaggio attraverso personaggi diventati archetipi. Fonzie, il protagonista di Happy Days, raramente appare senza giubbotto di pelle e occhiali da sole. In lui le lenti scure non servono a proteggere gli occhi, ma a rafforzare un’identità: sicurezza assoluta, mascolinità ostentata, distanza emotiva. Fonzie non guarda, viene guardato. Gli occhiali diventano parte integrante del suo carisma.
Ancora più esplicito è il caso di Johnny Bravo, personaggio animato che fa degli occhiali neri un’estensione del proprio ego. Qui l’accessorio assume una valenza ironica e caricaturale: le lenti non nascondono un vero mistero, ma una sicurezza esagerata, quasi grottesca. Johnny Bravo indossa gli occhiali per essere qualcuno, per aderire a un modello di mascolinità costruito sull’apparenza. Proprio per questo funzionano: il pubblico riconosce immediatamente il codice.

Ma perché gli occhiali da sole affascinano così tanto
Gli occhiali da sole affascinano così tanto perché agiscono su un punto centrale della comunicazione umana: lo sguardo. Coprire gli occhi significa intervenire direttamente sul modo in cui ci si relaziona agli altri, creando un gioco di potere, distanza e immaginazione.
Nella cultura occidentale gli occhi sono considerati il luogo della verità, dell’emozione, dell’intenzione. Sono ciò che tradisce insicurezze, desideri, paure. Oscurarli equivale a sottrarsi al giudizio, a controllare ciò che si lascia vedere. Chi indossa occhiali da sole guarda senza essere guardato allo stesso modo, e questa asimmetria produce fascino: suggerisce controllo della situazione, sicurezza, autonomia.
C’è poi una dimensione simbolica legata al mistero. Il volto parzialmente nascosto stimola l’immaginazione di chi osserva. Non potendo leggere lo sguardo, si è portati a proiettare sull’altro qualità come forza, freddezza, carisma o autorità. È lo stesso meccanismo che il cinema ha sfruttato per decenni: le lenti scure non spiegano, alludono.
Gli occhiali da sole funzionano anche come barriera emotiva. Creano una distanza protettiva tra individuo e mondo esterno, permettendo di sentirsi meno esposti. Per questo vengono spesso associati a personaggi dominanti, ribelli o inattaccabili: sono una forma di armatura leggera, visiva, immediata.
Un aspetto identitario
C’è infine un aspetto identitario. Indossare occhiali da sole significa “mettere in scena” se stessi. Possono rafforzare un ruolo — il leader, il ribelle, l’icona pop — oppure permettere di sperimentarne uno nuovo. Bastano pochi secondi davanti allo specchio per percepire un cambiamento di postura, di atteggiamento, di sicurezza. Non è solo estetica, è performance.
In sintesi, gli occhiali da sole affascinano perché uniscono funzione e simbolo. Proteggono gli occhi, ma soprattutto proteggono l’immagine che si vuole dare di sé. Sono un oggetto semplice che comunica molto, forse troppo: potere, distanza, stile, identità. Ed è proprio questa concentrazione di significati a renderli, ancora oggi, irresistibili.
Conclusione
Nel tempo, gli occhiali da sole sono diventati un segno trasversale, capace di attraversare mondi diversi: cinema, musica, politica. Da strumento di protezione a dichiarazione di stile, fino a simbolo di potere e controllo dell’immagine. Indossarli in contesti formali, come nel caso di Macron a Davos, significa comunicare sicurezza, modernità, una certa disinvoltura nel rompere le regole non scritte.
Nella cultura occidentale, gli occhiali da sole continuano a rappresentare un confine: tra chi guarda e chi è guardato, tra esposizione e distanza, tra individuo e ruolo. Che siano portati da un capo di Stato, da un personaggio televisivo o da un’icona pop, il messaggio resta sorprendentemente coerente: dietro quelle lenti scure c’è sempre un’identità che vuole essere vista, ma solo alle proprie condizioni.






