Parigi, 15 gennaio 2026 – I conservanti alimentari continuano a essere al centro dell’attenzione scientifica per i potenziali rischi legati alla salute umana. Recenti ricerche pubblicate su riviste internazionali come BMJ e Nature Communications hanno approfondito il legame tra l’assunzione di specifici additivi conservanti e l’aumento del rischio di diabete di tipo 2 e di alcuni tipi di tumore. Questi studi si inseriscono in un panorama di crescente preoccupazione circa l’impatto degli additivi chimici presenti in alimenti comunemente consumati, quali salumi, formaggi, frutta secca e prodotti a base di cioccolato.
Conservanti alimentari e rischio di diabete di tipo 2
L’industria alimentare utilizza i conservanti, appartenenti alla categoria degli additivi, per prolungare la durata di conservazione e preservare la qualità dei prodotti. La ricerca più recente ha distinto i conservanti in due grandi famiglie: non antiossidanti, che agiscono principalmente inibendo la proliferazione microbica e rallentando il deterioramento chimico, e antiossidanti, che prevengono l’ossidazione degli alimenti.
I dati raccolti indicano che un’elevata assunzione di conservanti non antiossidanti è correlata a un incremento del 49% del rischio di sviluppare diabete di tipo 2. Anche i conservanti antiossidanti mostrano un’associazione significativa, con un aumento del 40% dell’incidenza della patologia tra i consumatori più esposti. Questi risultati suggeriscono un impatto rilevante degli additivi sul metabolismo glucidico e sulla salute endocrina.

Conservanti specifici e correlazioni con il cancro
Lo studio pubblicato su Nature Communications ha analizzato 17 additivi conservanti individualmente, evidenziando come alcune sostanze siano collegate a un aumento del rischio di tumori specifici, anche se non è stato riscontrato un incremento significativo del rischio di cancro associato al consumo totale di conservanti.
Tra gli additivi più a rischio si segnalano:
- Sorbato di potassio, largamente utilizzato in prodotti lattiero-caseari e da forno, associato a un incremento del 14% del rischio di cancro in generale e del 26% per quanto riguarda il tumore al seno.
- Nitrito di sodio, impiegato nella stagionatura di carni lavorate come pancetta e prosciutto, collegato a un aumento del 32% del rischio di cancro alla prostata.
- Nitrato di potassio, anch’esso presente nelle carni lavorate, associato a un incremento del 13% del rischio generale di cancro e del 22% per il tumore al seno.
- Acetati, usati come regolatori di acidità e aromatizzanti, con un aumento stimato del 15% di rischio di cancro complessivo e del 25% per il tumore al seno.
Questi dati confermano le preoccupazioni già espresse dall’OMS nel 2015, che ha classificato le carni lavorate come cancerogene di gruppo 1, soprattutto per il rischio di tumori del colon-retto.
Lo studio NutriNet-Santé
Le analisi derivano dalla coorte francese NutriNet-Santé, che ha coinvolto oltre 100.000 partecipanti monitorati per una media di 7,5 anni. I volontari hanno fornito dettagliate informazioni sul loro stile di vita e abitudini alimentari attraverso diari alimentari quotidiani, permettendo una stima precisa dell’esposizione individuale agli additivi.
Gli autori degli studi evidenziano che, trattandosi di indagini osservazionali, non è possibile stabilire un nesso causale diretto e che altri fattori potrebbero aver influenzato i risultati. Tuttavia, i dati raccolti motivano una revisione delle normative sull’uso dei conservanti e invitano l’industria alimentare a limitare l’impiego di additivi laddove non strettamente necessario. Ai consumatori viene consigliato di prediligere alimenti freschi e minimamente processati.
Alcuni esperti, come Gavin Stewart dell’Università di Newcastle, richiamano alla cautela nell’interpretazione dei dati, sottolineando il rischio di risultati falsi positivi e la complessità nel valutare i potenziali effetti a lungo termine di questi additivi, nonché le possibili implicazioni economiche e sociali di un cambiamento drastico nelle abitudini alimentari.






