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Home Lifestyle

Come la punteggiatura nelle mail cambia relazioni, toni e perfino produttività

La comunicazione digitale veloce crea sciatteria e microlingue, ma quando entra nel lavoro diventa un problema più profondo

by Matilde Giunti
24 Novembre 2025

L’idea che la lingua sia un organismo vivente non è nuova, eppure oggi lo vediamo cambiare a una velocità che nessuno immaginava. Tra WhatsApp, Slack, email lampo e tastiere sempre più veloci, la comunicazione quotidiana è diventata un terreno scivoloso, pieno di refusi, abbreviazioni, forme spezzate e una sorta di microlingua affettiva che funziona tra amici ma che diventa complicata quando entra nel perimetro formale del lavoro. La verità, spesso scomoda, è che le mail sgrammaticate non sono solo brutte: sono un segnale di scarsa attenzione verso chi le riceve, e possono trasformarsi in un problema culturale, relazionale e perfino produttivo.

Tra microlingue affettuose e sciatteria professionale: perché sbagliare in privato è un gioco, sul lavoro no

Chiunque abbia una vita digitale attiva sa che le comunicazioni private sono un campo di libertà quasi totale. I refusi si moltiplicano, la punteggiatura sparisce, le frasi si accorciano come se avessero fretta di uscire dallo schermo, e certe volte il risultato è una specie di dialetto personale, un codice intimo che si riconosce più dal tono che dalla precisione. Ed è bello così, perché è una microlingua che racconta il rapporto con chi sta dall’altra parte, una piccola crepa volontaria nella formalità del mondo. Scrivere “Chr fsi tsasera?” o inventare abbreviazioni assurde è quasi un gesto di complicità, un modo per dire che ci capiamo anche senza le regole.

Ma nel lavoro accade l’opposto. La lingua improvvisata, nelle mail professionali, non è una forma di libertà ma un piccolo attentato. Le persone che ho interpellato — giornalisti, avvocati, traduttori, consulenti — dicono tutte la stessa cosa: la sciatteria scritta è sciatteria relazionale. Se non metti una virgola, se non separi un saluto, se incolli parole e informazioni senza respiro, stai dicendo inconsciamente che il destinatario non merita il tempo di un minimo di cura. Una mail che dice “Ciao mi mandi il file grazie” non è soltanto scorretta: è una frase che manca di ritmo, di considerazione, di respiro umano. È una frase che in molti leggono come mancanza di empatia, perché la punteggiatura non è un dettaglio estetico ma un modo per accompagnare la voce con cui le parole arriveranno alla mente dell’altro.

La generazione di chi ha trent’anni o poco più vive questa doppiezza in maniera molto consapevole. Con gli amici si crea una lingua fatta di accenti mancati, di apostrofi messi a caso, di refusi buffi che fanno sorridere. Al lavoro, però, quella stessa persona accende un’altra parte della sua identità: saluti completi, ringraziamenti rotondi, punteggiatura che scandisce il ritmo come un metronomo. È un gesto di rispetto e forse anche di protezione, perché la lingua è la prima forma invisibile di professionalità. Ed è anche un modo per evitare malintesi, perché una mail senza punteggiatura è un po’ come parlare senza respirare, un flusso che costringe chi legge a interpretare, indovinare, decifrare ciò che poteva essere comunicato con precisione.

L’aspetto più sorprendente è che spesso non c’entra la competenza ortografica: molte persone cresciute in scuole severe scrivono male proprio nelle situazioni formali, mentre altre, abituate a usare la lingua come strumento quotidiano, ne rispettano il ritmo in modo quasi naturale. Non riguarda neppure il ruolo: dirigenti e manager mandano spesso mail telegrafiche, frettolose, sgangherate, come se la fretta giustificasse l’abbandono di qualsiasi cura. Eppure, paradossalmente, più si sale nella responsabilità, più la comunicazione dovrebbe essere precisa, perché indica attenzione e guida, non solo autorevolezza.

Perché la grammatica nelle email migliora anche il clima di lavoro e cosa dicono psicologia, abitudini e cultura digitale

Ogni mail è un micro-momento di relazione, un contatto che può alleggerire o appesantire la giornata. Chi studia comunicazione organizzativa lo ripete da anni: la qualità della lingua scritta influenza direttamente il clima di lavoro. Una mail curata, con un saluto iniziale ben calibrato e un “come stai?” leggero e non invasivo, crea un primo passaggio di umanità che facilita la collaborazione. Al contrario, una mail sgrammaticata e diretta al punto senza contesto spesso viene letta come se fosse brusca, come se ci fosse dentro una punta di arroganza non intenzionale. La lingua, nelle sue sfumature, è anche una forma di tatto.

Molti professionisti più giovani considerano le formule di cortesia come un modo per alleggerire la richiesta, per ammorbidirla, per dire “so che sto aggiungendo lavoro, ma lo faccio con rispetto”. È una cortesia cosmetica, certo, ma funziona perché toglie quell’impatto improvviso che spesso hanno le comunicazioni di lavoro, e rende tutto meno conflittuale. In un mondo in cui le email sono quasi sempre richieste, correzioni, scocciature, la cortesia minima diventa una forma di equilibrio psicologico. Non è formalismo sterile: è manutenzione del legame.

C’è anche un punto sottovalutato: la crescente velocità della comunicazione digitale spinge verso un uso sempre più impulsivo della lingua, e questo rischio aumenta nelle posizioni di potere. Un dirigente scrive male non perché non sa scrivere, ma perché la sua priorità è l’azione, non l’esattezza. Ma il risultato, sul lato umano, non cambia: chi riceve quei messaggi li vive come freddi, come se l’altro non avesse avuto il tempo neppure di pensare, di articolare, di modulare il tono. Ed è qui che la sciatteria diventa una forma di attrito, un piccolo punto di stress, una prova quotidiana che il lavoro, a volte, potrebbe essere più tollerabile se solo ci fosse più cura nelle parole.

La lingua evolve, certo, e le microlingue private sono un patrimonio affettivo. Ma la cura nel lavoro non è un capriccio. È un modo per dire: “ti sto ascoltando”, “mi importa che tu capisca”, “non voglio renderti tutto più difficile”. E questo vale perfino in un mondo che corre, in cui tutto sembra urgente. Forse, anzi, proprio per questo vale di più. Perché quando usciamo dall’ufficio, andiamo al bar e scriviamo “Chr fsi tsasera?”, sappiamo già che qualcuno sorriderà, invece che pensare che stiamo parlando senza respirare.

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