New York, 27 gennaio 2026 – Una corte d’appello federale degli Stati Uniti ha sospeso le restrizioni imposte alle operazioni degli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) a Minneapolis, Minnesota, rappresentando una vittoria significativa per l’amministrazione del presidente Donald Trump. La decisione arriva in seguito a un’ordinanza del 16 gennaio, con cui un giudice di primo grado aveva limitato l’uso della forza da parte degli agenti durante le proteste.
La sospensione delle restrizioni sull’operato dell’ICE
La Corte d’Appello dell’ottavo Circuito ha emesso un’ordinanza non firmata che sospende a tempo indeterminato le limitazioni imposte dal giudice distrettuale Katherine Menendez, che vietava agli agenti di arrestare, detenere, usare spray al peperoncino o attuare ritorsioni contro manifestanti pacifici. Tale provvedimento era stato adottato a seguito di una causa intentata dai manifestanti, che lamentavano un comportamento intimidatorio e violazioni dei diritti costituzionali durante le operazioni federali di controllo dell’immigrazione, in particolare dopo l’uccisione di Renée Good, una legal observer rimasta vittima di un agente ICE a Minneapolis.
La sospensione delle restrizioni consente agli agenti federali di riprendere le loro attività con maggiore libertà d’azione mentre la corte d’appello valuta l’appello del governo. Il procuratore generale Pam Bondi ha definito la decisione una “vittoria” e ha sottolineato l’impegno del Dipartimento di Giustizia nel proteggere gli agenti federali dall’ostruzionismo e dalle aggressioni.
Tensioni in Minnesota tra autorità federali e locali
Resta però aperto un altro fronte legale, con lo Stato del Minnesota che ha chiesto di sospendere il dispiegamento massiccio degli agenti federali, sostenendo che le operazioni interferiscano incostituzionalmente con l’autorità statale e danneggino la sicurezza e la salute dei residenti. La vicenda si inserisce in un clima di crescente tensione tra le autorità locali e federali, alimentato soprattutto dall’indignazione per l’uccisione di Renée Good, definita una legal observer impegnata a monitorare le azioni dell’ICE durante i raid.
L’omicidio di Good ha scatenato proteste diffuse e ha portato a un’intensificazione del controllo legale sulle tattiche adottate dall’ICE nel Minnesota e in altre aree del Paese. La controversia ha inoltre alimentato un acceso dibattito politico, con accuse reciproche tra rappresentanti statali e federali riguardo ai poteri di intervento e all’applicazione delle leggi sull’immigrazione.






