Washington, 3 gennaio 2026 – Da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca nel gennaio 2025, la sua amministrazione ha confermato una linea politica estera fortemente orientata sull’uso della forza militare e delle sanzioni, in continuità con la sua prima presidenza e con un’aggressività che attraversa numerosi teatri internazionali. Dalla Somalia all’Iran, passando per Siria, Venezuela e Nigeria, gli Stati Uniti hanno moltiplicato azioni militari e pressioni diplomatiche, con impatti che vanno oltre il mero confronto bellico, toccando equilibri regionali e geopolitici di ampio respiro.
Le operazioni militari degli USA sotto la presidenza Trump
Nel febbraio 2025, i raid aerei statunitensi hanno preso di mira elementi dello Stato Islamico in Somalia, concentrandosi soprattutto sui qaedisti di al Shabaab, che continuano a rappresentare una minaccia persistente nel Corno d’Africa. Queste incursioni, anche se mirate, hanno segnato un rafforzamento della presenza militare americana in una regione strategica per il controllo del terrorismo.
A marzo dello stesso anno, l’aviazione americana, supportata dall’intelligence, ha effettuato un’operazione per eliminare Abdallah al Rifai, uno dei principali leader del Califfato in Iraq. Nonostante il declino organizzativo del gruppo, esso resta attivo in vari scenari, e questa azione ha voluto colpire la sua capacità di riorganizzazione.
La primavera 2025 ha visto un’escalation di attacchi con missili cruise contro le installazioni degli Houthi in Yemen, alleati dell’Iran, nel tentativo di contrastare le offensive marittime lungo il Mar Rosso. Nonostante un cessate il fuoco mediato dall’Oman a maggio, la situazione rimane volatile. Il 22 giugno 2025, con l’operazione Midnight Hammer, i bombardieri B-2 hanno sganciato bombe GBU-57 sui siti nucleari iraniani di Fordow e Natanz, un gesto che ha rappresentato un messaggio diretto al regime di Teheran.
Gli esperti sono divisi sull’efficacia di questi attacchi: se da un lato si ritiene che il programma nucleare iraniano abbia subito rallentamenti, dall’altro l’Iran mantiene capacità e know-how per proseguire i propri progetti. Trump ha inoltre lasciato aperta la possibilità di ulteriori azioni militari per neutralizzare l’arsenale missilistico iraniano e sostenere le proteste sociali interne.

La spinta nei Caraibi, in Siria e in Nigeria
La strategia statunitense ha spostato l’attenzione anche nel proprio “cortile di casa”, avviando un’offensiva contro i trafficanti di droga nei Caraibi e nel Pacifico con la distruzione di numerosi scafi sospettati di contrabbando di cocaina. Il Venezuela è diventato un obiettivo prioritario: oltre alla pressione politica su Nicolás Maduro, accusato di complicità nel narcotraffico, il Pentagono ha sviluppato un apparato militare imponente comprendente portaerei, unità lanciamissili e basi per forze speciali come la Ocean Trader, con l’obiettivo dichiarato di destabilizzare il regime e favorire un cambio di governo. La CIA ha inoltre condotto operazioni “coperte”, inclusi attacchi con droni a infrastrutture portuali venezuelane.

A dicembre 2025, gli Usa hanno risposto all’uccisione di tre militari con attacchi contro lo Stato Islamico in Siria. In Nigeria, durante il periodo natalizio, missili cruise hanno colpito obiettivi jihadisti nel nord, in risposta alle violenze contro le comunità cristiane, sebbene la complessità del conflitto interno renda incerta la efficacia e la chiarezza degli obiettivi.
Il ritorno di Donald Trump e la sua visione politica estera
Donald John Trump, nato a New York nel 1946, è tornato alla presidenza statunitense nel gennaio 2025 dopo aver già guidato il Paese dal 2017 al 2021. Con un patrimonio stimato attorno ai 5,9 miliardi di dollari e un percorso politico segnato da posizioni populiste, protezionistiche e spesso isolate, Trump ha confermato il suo approccio aggressivo sia sul fronte interno sia sulla scena internazionale. La sua rielezione nel 2024 è stata interpretata da molti analisti come il segnale di un riallineamento nella politica americana, in cui il cattolicesimo e una nuova ricerca di senso spirituale giocano un ruolo importante, come analizzato dal teologo Massimo Faggioli. La sua figura polarizzante, considerata da alcuni un messia e da altri un anticristo, riflette una realtà politica americana in fermento e profondamente divisa.
Nel corso della sua prima presidenza aveva già adottato una politica estera basata su un marcato isolazionismo e sulla rinegoziazione di accordi internazionali, ritirandosi da intese come l’Accordo di Parigi e l’accordo sul nucleare iraniano. Nel 2024, con il supporto del vicepresidente J. D. Vance, ha rilanciato una strategia in cui la forza militare e le sanzioni economiche sono strumenti prioritari per perseguire gli interessi americani.
Il caso Venezuela: guerra economica e petrolifera
L’ultima fase delle tensioni tra Stati Uniti e Venezuela ha raggiunto un nuovo picco a dicembre 2025, quando Trump ha annunciato un blocco totale delle petroliere sanzionate in entrata e uscita dal Venezuela, definito da lui stesso uno “Stato narco-terrorista”. Questa mossa ha fatto immediatamente schizzare in alto i prezzi del petrolio, con il Brent in rialzo dell’1,75% e il WTI del 2%. Il Venezuela detiene le riserve petrolifere più grandi al mondo, pari a circa 303 miliardi di barili, ma la produzione, a causa di anni di crisi e scarsa manutenzione degli impianti, è crollata sotto il 1% della produzione globale.
Washington si prepara a intercettare petroliere con l’obiettivo di bloccare la cosiddetta “dark fleet”, una flotta ombra di navi sanzionate, spesso prive di assicurazione, usate anche da Russia e Iran per aggirare le sanzioni occidentali. La strategia americana mira a favorire un cambio di regime a Caracas, che potrebbe riaprire le porte agli investimenti stranieri, in particolare della compagnia statunitense Chevron, unica autorizzata a operare e esportare dal Venezuela.
Dal punto di vista energetico, il greggio venezuelano, molto pesante, è un complemento essenziale per il petrolio leggero di scisto prodotto negli USA, e la raffinazione locale del Venezuela produce Rbob, un semilavorato fondamentale per le benzine di alta qualità e conformi agli standard ambientali statunitensi. Gli Usa, dal 1992, hanno ridotto la capacità produttiva di Rbob, rendendo il petrolio venezuelano un componente chiave per il mercato americano.
Anche l’Eni, con il giacimento offshore di Perla, ha interessi significativi in Venezuela, ma le sanzioni e il blocco americano hanno creato difficoltà operative. Il gruppo italiano sta trattando con Washington per trovare una soluzione che consenta di continuare la produzione e l’esportazione di gas e petrolio.






