Washington, 14 gennaio 2026 – In vista del World Economic Forum di Davos, previsto per la prossima settimana, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è detto disponibile a incontrare il presidente ucraino Volodymyr Zelensky qualora quest’ultimo partecipasse al forum. Tuttavia, ha precisato che non esistono al momento piani definiti per un incontro tra i due leader.
Trump, disponibilità all’incontro a Davos
Intervistato dall’agenzia Reuters, Trump ha affermato: “Lo farei, se lui sarà lì. Io ci sarò“. Il presidente ha lasciato intendere che la possibilità di un colloquio dipenderà dunque dalla presenza di Zelensky al forum svizzero. Questo scambio potenziale avviene in un contesto internazionale ancora segnato dal conflitto in Ucraina, al 1.422° giorno dall’invasione russa.

Le responsabilità sullo stallo dei negoziati di pace
Nel corso della stessa intervista, Trump ha attribuito la responsabilità del rallentamento delle trattative di pace non a Vladimir Putin, ma a Volodymyr Zelensky. Secondo Trump, Putin sarebbe pronto a un accordo, mentre l’Ucraina guidata da Zelensky mostrerebbe maggiore reticenza. Quando gli è stato chiesto il motivo di questa difficoltà, Trump si è limitato a osservare che Zelensky “sta avendo difficoltà ad arrivarci“.
Queste dichiarazioni si inseriscono nel quadro delle trattative per la pace in Ucraina, nelle quali gli USA giocano un ruolo di mediatore. A tal proposito, fonti Bloomberg confermano che gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner sono prossimi a recarsi a Mosca per incontri con il presidente russo Putin, con l’obiettivo di favorire una soluzione diplomatica al conflitto.
Il conflitto continua a essere caratterizzato da azioni militari sul terreno; secondo quanto dichiarato dal capo di Stato Maggiore russo Valery Gerasimov, le forze russe hanno conquistato oltre 300 chilometri quadrati di territorio ucraino solo nelle prime due settimane di gennaio.
Il World Economic Forum di Davos rappresenta dunque un’occasione potenzialmente cruciale per un dialogo diretto tra le due parti, anche se al momento la possibilità di un incontro tra Trump e Zelensky rimane subordinata alla presenza di quest’ultimo all’evento.

Trump e Powell: critiche e tensioni
Il presidente Donald Trump, ha fugato le speculazioni relative a un’imminente rimozione di Jerome Powell dalla guida della Federal Reserve, sottolineando in un’intervista che al momento non ha alcun piano per licenziare il presidente della banca centrale Usa. Tuttavia, il tycoon ha mantenuto aperta la porta a possibili cambiamenti, annunciando che deciderà il da farsi nelle prossime settimane.
Nonostante le rassicurazioni, Trump ha più volte espresso insoddisfazione verso Powell, accusandolo di non aver abbassato i tassi di interesse con la tempestività e l’entità desiderate. “Un presidente dovrebbe avere voce in capitolo nella politica monetaria della Fed“, ha affermato Trump, aggiungendo di ritenere di comprenderla meglio di Powell, che ha definito “troppo lento”. Il mandato di Powell scadrà a maggio 2026, ma egli rimane membro del Board of Governors fino al 2028, rendendo una rimozione immediata complessa e senza precedenti.
Il presidente ha anche indicato come potenziali sostituti due figure di spicco: l’ex governatore della Fed Kevin Warsh e il direttore del National Economic Council Kevin Hassett, entrambi apprezzati da Trump per la loro competenza economica. Ha inoltre respinto con fermezza le critiche dei legislatori che potrebbero influenzare la conferma di un suo eventuale candidato, affermando che “dovrebbero essere leali”.

La Federal Reserve sotto attacco e la solidarietà internazionale
L’ipotesi di un licenziamento di Powell aveva inizialmente provocato una flessione temporanea dei mercati azionari statunitensi. Tuttavia, Trump ha dichiarato che la possibilità di rimuovere Powell è “altamente improbabile” salvo emergano motivi concreti, come un’accusa di frode.
Nel contempo, la Fed ha ricevuto un’importante manifestazione di sostegno a livello globale. Undici tra le principali banche centrali, tra cui la BCE e la Bank of England, hanno pubblicato un comunicato congiunto a difesa dell’indipendenza della banca centrale americana. Hanno ribadito che tale autonomia è un pilastro fondamentale per la stabilità economica e finanziaria, sottolineando l’integrità e l’impegno con cui Powell ha guidato l’istituzione.
Le tensioni tra la Casa Bianca e la Fed riflettono le profonde divergenze sulle strategie monetarie: mentre Trump spinge per tagli più rapidi dei tassi di interesse per stimolare l’economia, Powell e la Fed sono cauti, preoccupati per i rischi inflazionistici e l’impatto dei dazi sulle famiglie americane. In questo contesto, la permanenza di Powell nel Board potrebbe rappresentare un elemento di continuità e resistenza alle pressioni politiche.
La situazione resta in evoluzione e sarà cruciale seguire le prossime decisioni di Trump, che dovranno fare i conti con la complessità della politica monetaria americana e con le reazioni del mondo finanziario internazionale.
La posizione di Trump sul Venezuela e l’OPEC
Nella recente intervista rilasciata all’agenzia Reuters, il presidente Donald Trump ha espresso la sua opinione sulla permanenza del Venezuela nell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC). Trump ha affermato che sarebbe preferibile che il Venezuela rimanesse nell’OPEC, anche se ha precisato di non essere certo che ciò rappresenterebbe un vantaggio per gli USA.
Il presidente statunitense ha sottolineato che, pur riconoscendo l’importanza del Venezuela come membro dell’OPEC, non è chiaro se questa condizione favorisca gli interessi americani. Il Venezuela, con le sue ingenti riserve petrolifere, rappresenta un attore rilevante nel mercato energetico globale e la sua permanenza nell’organizzazione potrebbe influenzare l’equilibrio dei prezzi del petrolio. Tuttavia, nello scenario di maggiore autonomia energetica degli Stati Uniti, la questione appare complessa e il presidente non si è sbilanciato in giudizi definitivi.
Trump: il ruolo del Venezuela nel sostegno a Cuba
Il presidente americano Donald Trump ha espresso nell’intervista alla Reuters anche una previsione significativa riguardo alla situazione politica nei Caraibi, collegando gli sviluppi in Venezuela alla possibilità di un cambiamento imminente nel regime di Cuba. Secondo Trump, le recenti azioni militari statunitensi in Venezuela hanno isolato l’isola caraibica dal suo principale sostegno economico e politico, aumentando così la probabilità che il governo cubano possa cadere.
Trump ha spiegato che il regime cubano non riceve più risorse fondamentali dal Venezuela, come denaro, petrolio e oro, elementi vitali per la sua sopravvivenza economica e politica. “Non ricevono più soldi dal Venezuela. Non ricevono petrolio, non ricevono oro dal Venezuela. È completamente tagliato fuori. Quindi, è più probabile che cada“, ha affermato con convinzione il presidente statunitense.

Incontro con María Corina Machado e dialogo con il Venezuela
Alla vigilia di un importante incontro alla Casa Bianca con María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana e Premio Nobel per la Pace 2025, Trump ha espresso un giudizio positivo sulla figura di Machado, definendola “una donna molto simpatica” e sottolineando l’intenzione di discutere “delle cose di base” durante il pranzo previsto. Machado, figura di spicco nell’opposizione venezuelana, ha recentemente ricevuto premi internazionali per il suo impegno per i diritti umani, nonostante la sua candidatura politica sia stata ostacolata nel suo paese.
Parallelamente, Trump ha riferito di aver avuto una conversazione “molto buona” con Delcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela, aggiungendo che la sua visita nel Paese potrebbe avvenire “alla fine” e che sarebbe disposto a recarsi personalmente a Caracas.
Questi sviluppi testimoniano un’intensificazione del coinvolgimento degli USA negli affari politici dell’America Latina, segnando una fase di possibile riorganizzazione delle alleanze e di pressione sui regimi autoritari della regione. Il legame tra le dinamiche venezuelane e il futuro di Cuba resta al centro delle strategie geopolitiche statunitensi, con Trump che sembra puntare su un indebolimento strutturale dell’alleanza tra i due Paesi per favorire un cambiamento di regime.






