Lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il petrolio mondiale, è bloccato da settimane. Oltre quaranta Paesi spingono per riaprire questa via marittima, ma l’Iran resiste con fermezza. Il traffico navale, quasi paralizzato, mette in allarme mercati e governi: il rischio di uno shock economico globale è concreto. Da un lato, si accumulano pressioni diplomatiche, dall’altro non si escludono mosse militari. L’Italia si fa sentire, chiedendo una soluzione multilaterale sotto l’egida dell’Onu e proponendo un corridoio umanitario per le merci più urgenti. La posta in gioco, insomma, è altissima.
Stretto di Hormuz: le iniziative per la riapertura
Il Regno Unito ha preso l’iniziativa, convocando una videoconferenza con oltre quaranta Paesi per coordinare una risposta comune alla crisi. La ministra degli Esteri britannica Yvette Cooper non ha usato giri di parole: l’Iran sta “prendendo in ostaggio l’economia globale” con le sue restrizioni, ha detto, denunciando anche gli attacchi contro il traffico marittimo internazionale. I Paesi coinvolti hanno chiesto a gran voce la riapertura immediata e senza condizioni dello Stretto, richiamando al rispetto del diritto internazionale e della libertà di navigazione.
Ma non si tratta solo di parole: la coalizione sta valutando nuove sanzioni economiche e politiche da mettere in campo se il blocco dovesse continuare. Londra ha sottolineato quanto sia delicato il ruolo dello Stretto, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, oltre a ingenti quantità di gas naturale liquefatto e fertilizzanti. Già oggi il blocco ha fatto tremare i mercati, con forti oscillazioni nei prezzi di energia e materie prime.
Le riserve sull’ipotesi militare: Francia e Stati Uniti frenano
Non tutti però sono d’accordo sull’intervento militare. La Francia, per esempio, ha definito prematuro e poco realistico un intervento armato in questa fase. Il presidente Emmanuel Macron ha espresso chiaramente la sua opposizione a un’azione militare immediata, sottolineando che eventuali operazioni di sicurezza andrebbero considerate solo dopo un rallentamento degli scontri nella regione.
Negli Stati Uniti, invece, il presidente Donald Trump ha invitato i Paesi importatori a prendersi la responsabilità di garantire la sicurezza del passaggio petrolifero. Ha ribadito la necessità di un accordo con l’Iran basato sul cessate il fuoco e ha chiesto a Teheran di trovare una soluzione prima che la situazione peggiori ulteriormente, mettendo in guardia sulle possibili ripercussioni globali.
Il traffico crolla: l’Italia spinge per la diplomazia e un corridoio umanitario
Da inizio marzo il numero di navi che attraversano lo Stretto è crollato a 225, meno del 10% del normale. Un calo che mette sotto pressione i mercati energetici e agricoli di tutto il mondo. L’Italia, con il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha ribadito in videoconferenza la necessità di allentare le tensioni e tornare al dialogo diplomatico.
Palazzo Chigi ha insistito sul fatto che ogni iniziativa per garantire la libera navigazione debba passare attraverso le Nazioni Unite, con un mandato chiaro e condiviso. Inoltre, l’Italia ha proposto di istituire un corridoio umanitario per il trasporto di fertilizzanti e beni essenziali, fondamentali per evitare crisi alimentari soprattutto nei Paesi africani più fragili.
Teheran aumenta la pressione: nuovi pedaggi e restrizioni in arrivo nello Stretto di Hormuz
Dall’altra parte, l’Iran sta mettendo a punto un nuovo regolamento per il passaggio nello Stretto. Il vice ministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha annunciato che è quasi pronto un protocollo con l’Oman per regolare i transiti marittimi tramite autorizzazioni preventive, necessarie a garantire la sicurezza dell’area. Nel frattempo, il Parlamento iraniano ha approvato una legge che impone pedaggi molto alti per ogni nave, simili a quelli del Canale di Suez, che potrebbero superare i due milioni di dollari a transito.
Queste norme escludono espressamente il passaggio di navi statunitensi e israeliane e potrebbero fruttare a Teheran entrate fino a 100 miliardi di dollari l’anno, superando le entrate petrolifere. Una mossa che cambia radicalmente le carte in tavola e complica ulteriormente il quadro del diritto internazionale e della gestione di una delle rotte marittime più importanti al mondo.
All’ONU tensioni alte: no unanime all’uso della forza, diplomatici in allarme
Al Consiglio di sicurezza dell’Onu la tensione è alle stelle. I Paesi del Golfo, appoggiati dagli Stati Uniti, hanno chiesto il via libera all’uso della forza per garantire la libertà di navigazione nello Stretto. Ma dall’altra parte Russia, Cina e Francia frenano, preoccupati da un’escalation militare. Questi ultimi spingono per una soluzione esclusivamente diplomatica.
Il clima è teso, con un equilibrio fragile e discussioni che vanno avanti per evitare che la crisi si trasformi in un conflitto più ampio. Le iniziative multilaterali per la sicurezza marittima rischiano di complicarsi proprio mentre il blocco persiste, alimentando il timore di effetti economici pesanti a livello globale e regionale.





