Washington, 18 febbraio 2026 – L’esercito americano si sarebbe posizionato in modo strategico per un eventuale attacco all’Iran, secondo quanto riportato da funzionari del Pentagono e della Casa Bianca al New York Times. Tuttavia, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non avrebbe ancora preso una decisione definitiva sul da farsi.
La posizione degli Stati Uniti e le opzioni sul tavolo
Dopo una riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale nella Situation Room della Casa Bianca durata circa un’ora e venti minuti, è emerso che gli Stati Uniti stanno valutando diverse opzioni militari nei confronti di Teheran. Secondo fonti citate dalla Nbc, Trump starebbe considerando anche un attacco diretto, inclusa l’ipotesi di utilizzare bombe “bunker-buster” contro l’impianto nucleare profondamente interrato di Fordow, come già fatto durante la guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran.
Il Pentagono ha già dispiegato importanti risorse nell’area, tra cui la portaerei Lincoln, navi dotate di missili cruise e caccia F-15 trasferiti dalla base europea a quella in Giordania. Sono inoltre aumentate le batterie antimissile e sono in zona velivoli specializzati per la guerra elettronica e rifornitori aerei per supportare bombardieri strategici B-52 e B-2.
Disposizione strategica delle forze statunitensi nel Mediterraneo e Medio Oriente
Secondo quanto riportato invece da Sky News, la forza navale statunitense si rafforza, oltre che con la presenza della portaerei USS Lincoln e il suo Carrier Strike Group 3, anche con l’USS Gerald Ford con il Carrier Strike Group 12. Quest’ultima attraverserà lo Stretto di Gibilterra nelle prossime 24 ore ed è prevista a sud di Cipro entro quattro giorni, navigando a velocità di crociera normale.
Parallelamente, la componente aerea degli Stati Uniti si sta potenziando con una vasta serie di voli di aerei da trasporto C-5 Galaxy e C-17 Globemaster nelle ultime due settimane, che stanno trasferendo sistemi di difesa aerea verso basi nella regione. Questi asset, inclusi i sistemi di difesa israeliani “Iron Dome” spostati dal confine con Gaza verso i confini orientali, sono presumibilmente destinati a proteggere le installazioni americane e alleate da eventuali ritorsioni iraniane.
Inoltre, è stato inviato un consistente numero di aerei cisterna KC-130 per il rifornimento in volo, con decolli dalla base britannica di Mildenhall e da basi negli Stati Uniti continentali, diretti verso basi in Grecia e Bulgaria. Aerei statunitensi sono altresì schierati nelle basi britanniche di Akrotiri a Cipro, ad Aviano in Italia, nelle Azzorre, in Spagna e nella base di Diego Garcia nell’Oceano Indiano. Complessivamente, più di 100 aerei da combattimento – fra cui F-15, F-18, F-22, F-35 e bombardieri B2 – sono attualmente disponibili per i piani militari nella regione.
La reazione dell’Iran
L’Iran, dal canto suo, ha preparato missili e armamenti per un possibile contrattacco contro le basi statunitensi in Medio Oriente qualora gli Stati Uniti decidessero di unirsi al conflitto. Secondo il New York Times, Teheran potrebbe anche piazzare mine nello Stretto di Hormuz con l’obiettivo di bloccare le navi americane nel Golfo Persico.
Il responsabile iraniano per l’energia atomica, Mohammad Eslami, ha ribadito inoltre con fermezza il diritto inalienabile dell’Iran all’arricchimento nucleare per scopi pacifici, in risposta alle recenti minacce statunitensi. Secondo Eslami, “nessun Paese può privare la Repubblica islamica del suo diritto all’arricchimento nucleare”. Ha sottolineato che l’arricchimento è la base dell’industria nucleare e che per qualsiasi processo nucleare è indispensabile il combustibile nucleare. Il programma nucleare iraniano, ha precisato, si svolge nel rispetto delle regole stabilite dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), e nessuna nazione può negare all’Iran la possibilità di beneficiare pacificamente di questa tecnologia.
In questo scenario di crescente tensione, Donald Trump ha mantenuto una posizione ambigua nei confronti delle mosse contro il regime iraniano: nonostante abbia diverse volte dichiarato di poter attaccare il Paese sunnita, minacciando azioni se non venissero rispettati degli ultimatum, ha poi quasi sempre fatto un passo indietro aprendo al dialogo. Alcuni analisti sostengono si tratti di una mossa per guadagnare tempo in atteso di un attacco “definitivo”, altri che Trump preferisca mediare un’intesa che permetta la fuga di Khamenei e un regime change senza troppi combattimenti.






