Nuuk, Groenlandia – 7 gennaio 2026 – La Groenlandia è una terra di immense distese ghiacciate e un patrimonio storico che si intreccia con la dominazione danese. La sua appartenenza al Regno di Danimarca affonda le radici in secoli di storia, colonizzazione e strategia geopolitica. Oggi, in un contesto globale che vede crescere l’interesse per l’Artico e la sovranità dei territori, è fondamentale ripercorrere le tappe che hanno portato la Groenlandia a far parte del Regno di Danimarca e comprendere le sfide contemporanee legate alla sua autonomia.
Le origini della presenza nordica in Groenlandia
La storia della Groenlandia con il Regno di Danimarca inizia intorno alla fine del X secolo, quando Erik il Rosso, un vichingo norvegese esiliato dall’Islanda per omicidio, scoprì e colonizzò l’isola. Il nome “Groenlandia” (Terra Verde) fu probabilmente scelto per attrarre altri coloni nordici, facendo riferimento alle fertili zone costiere meridionali. Questi insediamenti norreni divennero parte di un impero atlantico settentrionale sotto il dominio della Norvegia.
I norreni rimasero in Groenlandia per diversi secoli, ma all’inizio del XV secolo scomparvero misteriosamente, forse a causa del peggioramento climatico che rese l’isola meno ospitale o per conflitti con gli Inuit, popolazioni indigene arrivate nelle regioni precedentemente occupate dai norreni. Nel 1721, il missionario norvegese Hans Egede, sostenuto dalla corona unificata danese-norvegese, ristabilì il contatto con la Groenlandia, trovando però solo la popolazione Inuit. Egede si dedicò alla loro conversione al cristianesimo, dando inizio alla fase coloniale, in cui la Groenlandia venne progressivamente legata politicamente ed economicamente alla Danimarca-Norvegia.

La Groenlandia sotto la corona danese e l’autonomia contemporanea
Dopo la dissoluzione dell’unione tra Danimarca e Norvegia nel 1814, la Groenlandia rimase sotto il controllo danese. Nel corso del XIX e XX secolo, la politica coloniale danese adottò un approccio paternalistico volto a uno sviluppo cauto ma redditizio della colonia. Nel 1916, gli Stati Uniti riconobbero formalmente i diritti danesi sulla Groenlandia, nell’ambito di un accordo che facilitò l’acquisto delle Isole Vergini danesi da parte americana. Nel 1933, la Corte Permanente di Giustizia Internazionale respinse una rivendicazione norvegese su parte della Groenlandia, consolidando ulteriormente la sovranità danese.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, le Nazioni Unite spinsero per la decolonizzazione. Nel 1953 la Groenlandia fu incorporata nel Regno di Danimarca e ottenne due seggi nel Parlamento danese. Nel 1979 fu istituito l’Home Rule, con la creazione del parlamento groenlandese, e nel 2009 si arrivò all’autogoverno: la legge approvata in quell’anno stabilì che la decisione sull’indipendenza sarebbe spettata esclusivamente al popolo groenlandese.
L’autonomia è un tema centrale. La maggioranza della popolazione sostiene l’opzione indipendentista, come confermato da sondaggi recenti, ma con una condizione imprescindibile: la salvaguardia del sistema di welfare. La Groenlandia, nonostante la sua vastità (oltre 800.000 miglia quadrate), ha una popolazione esigua di circa 56.000 abitanti e un clima estremamente rigido, soprattutto a nord. Questo comporta una dipendenza economica significativa da un contributo annuale danese di circa 600 milioni di dollari, oltre al supporto nei settori della difesa, della guardia costiera e delle forze dell’ordine.
Gli interessi strategici e le tensioni geopolitiche
Il ruolo strategico della Groenlandia ha attirato l’attenzione globale, in particolare degli Stati Uniti. L’interesse americano risale al XIX secolo, ma fu con la Seconda Guerra Mondiale che la presenza statunitense si fece concreta, in seguito all’invasione tedesca della Danimarca nel 1940. Il diplomatico danese Henrik Kauffmann si autoproclamò rappresentante del Danimarca libera e concesse agli Stati Uniti il diritto di stabilire basi in Groenlandia per tutta la durata del conflitto, ponendo le basi per la presenza militare americana nell’isola.
Durante la Guerra Fredda, la Groenlandia fu un punto nevralgico per il monitoraggio di missili, aerei e sottomarini sovietici, confermando la cosiddetta “carta Groenlandia” nelle relazioni tra Stati Uniti, Danimarca e NATO.
Con la rielezione di Donald Trump alla presidenza USA nel 2025, la questione groenlandese è tornata al centro dell’attenzione. Trump, noto per la sua politica “America First” e per una visione nazionalista e protezionista, ha ventilato l’ipotesi di acquisire l’isola, giustificando tale proposta con motivazioni strategico-militari e l’interesse per le risorse minerarie, in particolare terre rare. In passato, Trump aveva anche espresso la disponibilità a usare la forza militare, se necessario, per assicurarsi il controllo della Groenlandia, suscitando forti reazioni contrarie a Nuuk e Copenhagen.
Tuttavia, l’opinione pubblica groenlandese si è dimostrata nettamente contraria all’ipotesi di annessione americana: un sondaggio di gennaio 2026 evidenzia che solo il 6% della popolazione sarebbe favorevole a entrare a far parte degli Stati Uniti, mentre l’85% si oppone. I leader politici groenlandesi hanno unanimemente respinto le proposte di Trump, sottolineando la loro volontà di decidere autonomamente il futuro dell’isola.






