Washington, 13 febbraio 2026 – L’esercito statunitense si sta preparando a possibili operazioni prolungate contro l’Iran, qualora il presidente Donald Trump ordinasse un attacco militare: lo hanno riferito a Reuters due funzionari statunitensi, che hanno preferito mantenere l’anonimato vista la delicatezza della pianificazione in corso. Questo sviluppo potrebbe segnare un’escalation significativa nel conflitto già teso tra Washington e Teheran, con potenziali implicazioni di vasta portata.
Preparativi militari e scenario operativo
Secondo quanto emerso, il Pentagono ha predisposto risorse e personale per sostenere un’azione che potrebbe durare diverse settimane. La “meravigliosa Armada” americana, come l’ha definita lo stesso Trump, è già schierata nella regione con portaerei, missili cruise e batterie antimissile, oltre a un consistente contingente di oltre 40mila militari. Le forze statunitensi sono inoltre dotate di sofisticati sistemi per la guerra elettronica, in grado di interferire con le reti di comando iraniane. Inoltre, sono stati trasferiti in Medio Oriente caccia F-15 e velivoli specializzati per supportare bombardieri strategici come B-52 e B-2, segno di un impegno logistico e operativo di ampio respiro.
Il Pentagono valuta diverse opzioni: da strike limitati mirati a colpire comandi delle milizie iraniane, siti missilistici e centri di comando, fino a un’offensiva più ampia e prolungata, che potrebbe includere attacchi con missili da crociera e bombardamenti strategici. Tuttavia, le difficoltà non mancano: gli alleati arabi si sono dichiarati contrari a un intervento militare e non consentiranno l’uso delle loro basi, limitando così la proiezione di forza statunitense nella regione.

Le risposte dell’Iran e le prospettive diplomatiche
Dal canto suo, l’Iran ha risposto con fermezza, dichiarandosi pronto a una replica massiccia e prolungata in caso di attacco, sottolineando che ogni azione militare americana sarà considerata un’escalation. Le autorità iraniane non hanno escluso la possibilità di rafforzare il blocco dello Stretto di Hormuz, lanciare attacchi missilistici contro installazioni statunitensi nella regione o coinvolgere milizie alleate in Libano e Iraq.
Sul fronte diplomatico, nonostante le tensioni, permane una flebile speranza di negoziato, anche se le condizioni poste dagli Stati Uniti – limitazioni al programma missilistico iraniano, sospensione dell’arricchimento dell’uranio e fine del supporto alle milizie – restano difficilmente accettabili per Teheran. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha infatti ribadito che l’Iran non negozierà “sotto minaccia”, mantenendo una linea di resistenza che appare ancora molto rigida.
In questo quadro complesso, l’amministrazione Trump, che ha assunto il suo secondo mandato nel 2025, si trova a gestire una situazione di alta tensione con l’Iran, che potrebbe evolversi rapidamente in un conflitto duraturo, con grandi implicazioni regionali e globali.






