Gerusalemme, 18 gennaio 2026 – I vertici delle comunità cristiane di Gerusalemme lanciano un allarme sull’influenza del sionismo cristiano e il suo impatto negativo sulla presenza cristiana nella Terra Santa. In una dichiarazione congiunta diffusa sabato, i Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme hanno denunciato come alcune ideologie esterne, in particolare il sionismo cristiano, minaccino l’unità e l’autorità delle comunità cristiane locali.
Sionismo cristiano: un’ideologia controversa
Il sionismo cristiano è un movimento politico-religioso che sostiene il ritorno degli ebrei nella Terra Santa e interpreta la fondazione dello Stato di Israele come compimento di profezie bibliche legate al ritorno degli ebrei per la Seconda Venuta di Cristo. Nato nel contesto protestante del XVII secolo e diffusosi soprattutto negli Stati Uniti, questo movimento combina sostegno politico-finanziario a Israele con credenze come il “vangelo della prosperità”, secondo cui benedire Israele comporta ricompense personali e materiali.
Tuttavia, i leader cristiani gerosolimitani avvertono che questa ideologia viene spesso usata come strumento politico da attori israeliani e internazionali per indebolire la presenza cristiana in Medio Oriente, marginalizzare i cristiani palestinesi e compromettere le chiese storiche della regione.
Minacce alla comunità cristiana e all’educazione
Il Consiglio dei Patriarchi e Capi delle Chiese ha evidenziato crescenti minacce alla comunità cristiana, fra cui la confisca di terre, l’espansione illegale degli insediamenti israeliani e le pressioni su proprietà ecclesiastiche. Inoltre, un recente rapporto denuncia come le restrizioni israeliane sui permessi di lavoro per insegnanti provenienti dalla Cisgiordania stiano paralizzando l’istruzione nelle scuole cristiane di Gerusalemme Est occupata. Il Comitato Presidenziale Superiore per gli Affari Ecclesiastici in Palestina ha stigmatizzato queste misure come strumenti di punizione collettiva e discriminazione razziale, con oltre 170 insegnanti colpiti dalla sospensione o riduzione dei permessi lavorativi.
I rappresentanti delle chiese sottolineano come tali politiche mirino a indebolire la vitalità delle comunità cristiane, logorare la loro presenza culturale ed educativa e rafforzare il controllo israeliano sulla città a scapito della popolazione cristiana autoctona.






