Ginevra, 7 gennaio 2026 – Israele sta violando il diritto internazionale nella Cisgiordania occupata attraverso un sistema che somiglia all’apartheid, denuncia un rapporto pubblicato oggi dall’Alto Commissariato Onu per i Diritti Umani a Ginevra. Il documento evidenzia come leggi, politiche e pratiche israeliane esercitino un controllo asfissiante su ogni aspetto della vita quotidiana dei palestinesi, inclusa la loro libertà di movimento e l’accesso a servizi essenziali.

Onu: “Un sistema di segregazione che ricorda l’apartheid”
Secondo il rapporto Onu, le restrizioni imposte da Israele riguardano l’accesso all’acqua, l’istruzione, la salute, i rapporti sociali e persino le attività agricole come la raccolta delle olive. L’Alto Commissario Volker Türk ha definito questa situazione una forma grave di discriminazione razziale e segregazione, paragonabile a un sistema di apartheid, vietato dalla Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. Il rapporto sottolinea che dalla fine del 2022 la situazione è drasticamente peggiorata e denuncia anche l’impunità diffusa per le violazioni dei diritti umani, con solo una condanna a fronte di oltre 1.500 palestinesi uccisi dal 2017.
Barriera di separazione e appropriazioni territoriali
La barriera di separazione israeliana, costruita a partire dal 2002, si estende per circa 730 chilometri, inglobando la maggior parte delle colonie israeliane e quasi tutti i pozzi d’acqua nella Cisgiordania. Israele la considera una misura di sicurezza per prevenire attentati, mentre i palestinesi e la comunità internazionale la vedono come uno strumento di segregazione e annessione territoriale. Il muro, in alcuni tratti, si discosta anche di 28 km dalla “Linea Verde”, la linea di armistizio del 1949, e spesso penetra profondamente nel territorio palestinese, isolando comunità e privando agricoltori dell’accesso alle loro terre. L’ONU ha denunciato che questa barriera ha un impatto umanitario gravissimo, separando comunità, interrompendo l’accesso ai servizi e creando un senso di prigionia.
Il rapporto Onu evidenzia che le autorità israeliane e i coloni si sono appropriate di decine di migliaia di ettari di terra palestinese, applicando due sistemi giuridici distinti: uno per gli israeliani e uno per i palestinesi, generando così una disparità di trattamento sistemica e permanente.
Questa realtà è confermata anche da organizzazioni come Amnesty International, che definiscono le politiche israeliane come un vero e proprio crimine di apartheid, basato su un regime istituzionalizzato di oppressione e dominazione razziale dei palestinesi, sia nei territori occupati che all’interno di Israele stesso. Amnesty denuncia inoltre le uccisioni illegali, i trasferimenti forzati, le drastiche limitazioni al movimento e il diniego dei diritti fondamentali, richiedendo un intervento urgente della comunità internazionale.
In Cisgiordania, dove risiedono quasi tre milioni di palestinesi, la situazione è aggravata da più di 800 posti di blocco israeliani che limitano fortemente la libertà di movimento, da espropriazioni di terre e da frequenti episodi di violenza da parte di coloni. Le aree sotto controllo israeliano diretto, soprattutto l’Area C che costituisce circa il 60% della Cisgiordania, vedono un’occupazione militare intensa che impedisce lo sviluppo sociale ed economico palestinese.
Le organizzazioni umanitarie come Oxfam sono impegnate a fornire assistenza vitale, come acqua potabile e sostegno alle famiglie colpite, ma denunciano la crisi umanitaria acuta che permane nella regione.
Questi dati e analisi confermano l’allarme internazionale su una situazione di grave discriminazione e violazione dei diritti umani nella Cisgiordania occupata, con un sistema che, secondo l’Onu, Amnesty e altre realtà, si configura come un apartheid de facto.





