Mentre il conflitto di Gaza continua a dominare l’agenda internazionale, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu propone una lettura che va ben oltre i confini del Medio Oriente. Nell’intervista concessa al the Economist, il leader israeliano descrive la guerra come uno scontro che coinvolge il destino stesso delle società moderne, difende la condotta militare di Israele, respinge le accuse di crimini di guerra e delinea una strategia di lungo periodo che riguarda non solo Gaza, ma anche i rapporti con il mondo arabo e con gli Stati Uniti.
L’importanza della guerra a Gaza secondo Netanyahu
Per Netanyahu il conflitto in corso non è una disputa territoriale né un confronto regionale, ma una battaglia storica tra due modelli opposti di civiltà. Da un lato colloca ciò che definisce le “forze della modernità e della civiltà”, dall’altro quelle che descrive come componenti radicali e fanatiche dell’Islam estremista. Israele, nella sua narrazione, non starebbe combattendo solo per la propria sicurezza, ma per la difesa dell’intero Occidente.
Secondo il premier, l’ideologia estremista rappresenta una minaccia destinata ad espandersi, capace di travolgere democrazie, libertà civili e valori condivisi. La giudica persino più pericolosa di avversari storici come il comunismo o la Cina. In questo quadro, Israele diventa il baluardo che trattiene un’offensiva che, a suo avviso, colpirebbe direttamente anche Europa e Stati Uniti.
Per rafforzare questa rappresentazione, Netanyahu ricorre a immagini estremamente dure, citando atti di violenza brutale attribuiti a Hamas: decapitazioni, stupri, omicidi di civili e bambini, atrocità che usa per definire il nemico come “barbaro” e incompatibile con qualsiasi ordine civile.
Netanyahu replica alle accuse alla condotta militare di Israele
Sul piano operativo, Netanyahu affronta apertamente le accuse rivolte a Israele per l’alto numero di vittime civili a Gaza e per una presunta sproporzione nell’uso della forza. La sua difesa si fonda su dati comparativi: sostiene che nei principali conflitti combattuti dalle democrazie occidentali dopo la Seconda guerra mondiale il rapporto tra civili e combattenti uccisi oscillava tra sei a uno e sette a uno. A Gaza, secondo le sue stime, questo rapporto sarebbe di circa uno e mezzo a uno.
Attribuisce il numero di vittime non combattenti alla strategia di Hamas, che — afferma — costringe la popolazione a restare nelle zone di combattimento sotto minaccia armata. Rifiuta con forza l’idea che Israele abbia scelto una strategia indiscriminata, ribadendo che le forze israeliane avrebbero evitato il bombardamento a tappeto pur potendolo effettuare fin dall’inizio. Una scelta che, sempre secondo Netanyahu, avrebbe comportato perdite maggiori tra i soldati israeliani impegnati in uno dei contesti urbani più complessi della storia, caratterizzato da centinaia di chilometri di tunnel e da un ambiente disseminato di esplosivi.
Per rendere comprensibile la portata delle decisioni prese, il premier utilizza anche un paragone storico: immagina un attacco di scala analoga contro il Regno Unito, con migliaia di cittadini uccisi o rapiti in un solo giorno nei pressi di Londra, ricordando che durante la Seconda guerra mondiale la risposta britannica comportò il bombardamento sistematico di numerose città europee.
Il crollo del consenso internazionale
Il deterioramento dell’immagine di Israele sulla scena globale è un altro tema centrale dell’intervista. L’intervistatore sottolinea come l’opinione pubblica mondiale, inclusa quella americana, stia diventando sempre più critica e come Netanyahu venga apertamente accusato di crimini di guerra.
Il premier respinge queste percezioni, sostenendo che il fatto che una tesi venga ripetuta non la rende automaticamente vera. Interpreta le manifestazioni pro-Hamas come parte di un più ampio movimento ostile ai valori occidentali, osservando come nelle proteste vengano spesso bruciate insieme le bandiere di Israele, del Regno Unito e degli Stati Uniti. Al contrario, nota che nelle manifestazioni a favore di Israele sventolano tutte e tre. Da qui la sua conclusione: queste correnti, secondo lui, non si limitano a criticare Israele, ma rappresentano una minaccia diretta alle società occidentali.
I limiti all’accesso dei media nella Striscia
Sulla questione dell’ingresso dei giornalisti internazionali a Gaza, consentito solo sotto accompagnamento dell’IDF, Netanyahu respinge l’idea che si tratti di una forma di censura. La motivazione ufficiale resta quella della sicurezza: il rischio di fuoco incrociato e di cecchini renderebbe troppo pericolosa una presenza autonoma dei reporter.
Quando gli viene suggerito che tali restrizioni possano indicare il tentativo di nascondere informazioni, il premier nega con decisione. Sottolinea che Israele non prende di mira i giornalisti, non li imprigiona e non li giustizia, a differenza — afferma — di Hamas e di alcuni regimi che oggi criticano Israele. Anzi, suggerisce che un accesso più ampio potrebbe rivelare comportamenti compromettenti di Hamas, come il sequestro degli aiuti umanitari.
Netanyahu: “Ai leader arabi importa poco della Palestina”
Netanyahu offre una lettura molto disincantata delle dinamiche regionali. A suo dire, nelle conversazioni riservate molti leader arabi mostrerebbero scarso interesse reale per la causa palestinese, concentrandosi piuttosto sull’impatto che essa ha sull’opinione pubblica dei rispettivi Paesi.
In questa prospettiva inserisce il successo degli Accordi di Abramo, stipulati con Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan, spiegandolo con la scelta dei governi coinvolti di non lasciare la questione palestinese come ostacolo insormontabile alla normalizzazione dei rapporti con Israele.
Quanto a una soluzione futura, Netanyahu esclude la piena sovranità palestinese e ribadisce che Israele deve mantenere il controllo della sicurezza a ovest del Giordano, data la ridotta estensione territoriale dell’area. Accusa inoltre l’Autorità Palestinese di promuovere una cultura che incentiverebbe il terrorismo, sostenendo che questa posizione non equivale a un progetto di annessione.
Verso l’indipendenza militare dagli Stati Uniti
Tra le dichiarazioni più significative emerge infine il progetto di ridurre progressivamente gli aiuti militari statunitensi fino ad azzerarli nel giro di dieci anni. Netanyahu presenta questa scelta come il risultato della maturità economica e tecnologica raggiunta da Israele, che, secondo le sue previsioni, vedrà la propria economia avvicinarsi al valore di un trilione di dollari entro il prossimo decennio.
La rinuncia agli aiuti, chiarisce, non significa però rinunciare al sostegno politico e morale del popolo americano, che considera un pilastro imprescindibile della sicurezza e della legittimità internazionale di Israele. La competizione per mantenere quella fiducia, conclude, è per lui una sfida profonda e non negoziabile.






