Parigi, 14 febbraio 2026 – Da oltre un anno Germania e Francia conducono colloqui riservati su un possibile ombrello nucleare europeo, pensato come integrazione e non alternativa alla Nato. Attorno all’iniziativa francese si muovono anche altri Paesi del Nord e dell’Est Europa, in un contesto di relazioni transatlantiche più incerte. Emmanuel Macron punta a tradurre la dottrina nucleare francese in un meccanismo di condivisione selettiva di rischi e pianificazione, ma con condizioni rigide e tempi lunghi, mentre sullo sfondo pesa l’incognita politica delle presidenziali francesi del 2027.
Ombrello nucleare: Berlino–Parigi, colloqui riservati per una deterrenza condivisa
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha confermato pubblicamente ciò che da mesi circolava negli ambienti diplomatici e della sicurezza: la Germania ha avviato da oltre un anno colloqui riservati con la Francia su un possibile “ombrello” nucleare condiviso. L’ipotesi viene presentata come protezione aggiuntiva e non alternativa alla Nato.
Berlino non è sola. Secondo fonti diplomatiche francesi, nelle discussioni confidenziali figurano anche Polonia, Svezia, Danimarca e diversi Paesi baltici, interessati a una forma di assicurazione complementare in una fase di crescente volatilità delle relazioni transatlantiche. L’idea francese risale al 2020, quando il presidente Emmanuel Macron invitò a riflettere sulla “dimensione europea” degli interessi strategici di Parigi, evocando il rischio di un progressivo distacco degli USA dal continente, prima ancora del ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca.
Oggi Macron punta a rendere quella proposta un dispositivo politico e militare concreto. Ha ipotizzato il dispiegamento di aerei francesi capaci di trasportare armi nucleari in basi alleate e, nel quadro delle misure di rassicurazione sul fianco orientale, non ha escluso sorvoli di Dassault Rafale in Polonia, sul modello delle missioni nei Paesi baltici.
L’apertura francese è però vincolata a tre condizioni: Parigi continuerà a finanziare da sola la propria deterrenza, che costa oltre sei miliardi di euro l’anno; non vi sarà alcuna sottrazione alle esigenze nazionali; la decisione finale resterà prerogativa esclusiva del presidente della Repubblica, capo delle forze armate. La Francia rivendica un arsenale indipendente, esterno ai meccanismi di nuclear sharing della Nato e fondato su una dottrina sovrana. Il Regno Unito rappresenta l’altro deterrente europeo, ma la sua architettura resta strutturalmente legata agli Stati Uniti, a partire dalla filiera dei missili.
Un nuovo baricentro strategico e tempi lunghi
A Parigi si ragiona su un possibile “direttorio” della sicurezza europea imperniato su Germania, Regno Unito e Polonia, potenza militare emergente sul fianco orientale, con il rischio che l’Italia resti ai margini del nuovo equilibrio strategico. Nella visione francese non si tratta di esportare automaticamente ordigni oltre confine, bensì di condividere in modo selettivo rischi, responsabilità e pianificazione.
La Francia dispone di poco meno di trecento testate nucleari, mentre la Russia ne possiede oltre cinquemila secondo stime occidentali: un divario che spiega perché molte capitali parlino di ombrello nucleare europeo ad integrazione di quello americano, non di sostituzione.
I tempi, in ogni caso, si annunciano lunghi. Non si tratta di trasferire dispositivi in modo immediato né di rendere subito compatibili basi, procedure e catene di comando. Nel breve periodo l’ipotesi più realistica prevede rotazioni, visite, esercitazioni e un dialogo dottrinale più stretto tra Parigi e i partner, con una convergenza prima geostrategica e poi operativa. Il messaggio a Vladimir Putin è chiaro: in caso di crisi estrema, l’Europa non sarebbe completamente priva di protezione se Washington decidesse di disimpegnarsi.
Entro fine mese Macron dovrebbe tenere un nuovo discorso sulla dottrina nucleare, molto atteso, in cui potrebbe fornire ulteriori dettagli sul contributo francese alla “deterrenza europea“. Resta però l’incognita politica interna: leader come Marine Le Pen, Jean-Luc Mélenchon e Jordan Bardella hanno già dichiarato di non voler condividere la force de frappe. Anche per questo, l’elezione presidenziale della primavera 2027 potrebbe rivelarsi decisiva per il futuro della sicurezza europea.






