Nel corso del 2025, l’amministrazione guidata da Donald Trump ha intensificato significativamente le operazioni militari all’estero, segnando un ritorno a una politica estera aggressiva che ha coinvolto numerosi paesi in diverse regioni del mondo. L’ultimo episodio in ordine di tempo riguarda il Venezuela, colpito per la prima volta sul proprio territorio nazionale da azioni militari statunitensi, in un contesto di crescente tensione e interventismo che ha suscitato ampie discussioni geopolitiche e legali.
L’offensiva statunitense in Venezuela
Nel dicembre 2025, gli Stati Uniti hanno confermato di aver effettuato un attacco a una struttura portuale venezuelana, segnando la prima azione militare diretta sul suolo del Paese sudamericano durante il secondo mandato di Trump, iniziato il 20 gennaio 2025. L’operazione, secondo quanto dichiarato da Trump in una conferenza stampa a Mar-a-Lago, ha portato al arresto e trasferimento negli Stati Uniti del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores, accusati di narcoterrorismo e possesso di armi da guerra. Trump ha definito questa azione come “una delle più grandi dimostrazioni di forza mai viste” e ha sottolineato l’intenzione di instaurare un governo di transizione “stabile e sicuro” a Caracas.
Questa escalation militare si inserisce in una strategia più ampia dell’amministrazione statunitense, che da settembre 2025 ha intensificato il contrasto alle imbarcazioni venezuelane sospettate di traffico di droga nei Caraibi, con oltre trenta attacchi documentati contro natanti ritenuti coinvolti nel narcotraffico. L’operazione ha sollevato numerose critiche per la mancanza di un mandato esplicito del Congresso e per le accuse di “esecuzioni extragiudiziali” mosse da organizzazioni come Human Rights Watch, che ha stimato almeno 95 vittime civili nei raid.
Dal punto di vista geopolitico, l’intervento in Venezuela mira a limitare l’influenza di Cina e Russia nella regione e a riaffermare la presenza statunitense in America Latina. Sul piano economico, il Paese rappresenta un nodo cruciale per la sicurezza energetica globale, grazie alle sue riserve petrolifere – le più grandi al mondo con circa 303 miliardi di barili – anche se la produzione è drasticamente calata negli ultimi anni a causa della crisi interna e delle sanzioni. Trump ha confermato l’ingresso massiccio di compagnie petrolifere statunitensi, come Chevron, che già opera in joint venture con la compagnia statale venezuelana Pdvsa, prospettando un rilancio degli investimenti e della produzione.
I Pesi colpiti nel 2025 dalle bombe di Trump
Oltre al Venezuela, gli Stati Uniti hanno condotto offensive militari in altre sei nazioni nel corso del 2025, segnando un totale di sette Paesi coinvolti in bombardamenti o attacchi con droni e aerei da guerra sotto la presidenza Trump. Questi episodi contrastano nettamente con le promesse di porre fine agli impegni militari esteri fatte dal presidente all’inizio del suo secondo mandato.
In Nigeria, il 25 dicembre 2025 si sono registrati attacchi mirati contro gruppi affiliati allo Stato Islamico, in particolare contro il gruppo “Lakurawa” attivo nel nord-ovest del Paese. L’intervento è stato giustificato come una risposta alle accuse di genocidio contro la minoranza cristiana, anche se le autorità nigeriane negano tali accuse e sottolineano che la violenza colpisce indistintamente musulmani e cristiani.
In Somalia, gli Stati Uniti hanno incrementato considerevolmente le operazioni aeree contro milizie come al-Shabab e ISIS-Somalia, con almeno 111 attacchi registrati nel 2025, superando il numero totale degli interventi degli ultimi vent’anni. Questi raid hanno causato vittime civili, con almeno 11 morti confermati in un attacco nel sud del Paese.
In Siria, l’attacco contro 70 postazioni dello Stato Islamico a dicembre 2025 è stato motivato come rappresaglia per un’aggressione che ha causato la morte di due soldati statunitensi e un interprete civile. L’operazione “Hawkeye” ha distrutto depositi di armi e infrastrutture strategiche, confermando il mantenimento della presenza militare statunitense nel Paese nonostante le iniziali promesse di ritiro.
L’Iran è stato teatro di un intervento particolarmente significativo nel giugno 2025, quando gli Stati Uniti hanno bombardato tre siti nucleari chiave – Natanz, Isfahan e Fordow – con bombe “bunker buster”. L’azione si inserisce nel contesto della guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele, iniziata con attacchi israeliani contro infrastrutture iraniane e seguita da una massiccia ondata di attacchi missilistici e droni. Trump ha minacciato ulteriori azioni qualora Teheran avesse ripreso il suo programma nucleare, e l’Iran ha risposto con attacchi simbolici contro basi statunitensi in Qatar.
In Yemen, la strategia americana ha visto un’escalation significativa nel contrasto agli Houthi, alleati dell’Iran, con bombardamenti che hanno preso di mira infrastrutture civili e militari, causando decine di vittime e danni estesi. Le operazioni si sono concluse temporaneamente con una tregua negoziata a maggio 2025.
Infine, in Iraq, un attacco aereo del marzo 2025 ha eliminato un alto comandante dello Stato Islamico, Abdallah “Abu Khadijah” Malli Muslih al-Rifai, consolidando la cooperazione militare tra Stati Uniti e governo iracheno.
Inoltre, Donald Trump ha inoltre minacciato apertamente Canada, Colombia, Cuba, Groenlandia, Messico e Panama, sia di intraprendere azioni militari che di attuare politiche sanzionatorie.






