Il caso degli “Epstein files” — i documenti rilasciati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sulle indagini a carico del finanziere Jeffrey Epstein — continua a produrre onde d’urto nella politica americana e nell’opinione pubblica internazionale. Milioni di pagine tra atti giudiziari, fotografie, video e testimonianze hanno riacceso i riflettori su una vicenda che intreccia finanza, potere, celebrità e uno dei più gravi scandali sessuali degli ultimi decenni. Per comprendere la portata dei file e il loro impatto, è necessario ripercorrere la parabola personale e giudiziaria di Jeffrey Epstein.
Dalle aule scolastiche a Wall Street: l’inizio della storia di Jeffrey Epstein
Nato a New York il 20 gennaio 1953, Jeffrey Epstein inizia la propria carriera come insegnante di matematica e fisica alla Dalton School, prestigioso istituto privato di Manhattan. A metà degli anni Settanta, il padre di uno studente — colpito dalle sue capacità — lo introduce negli ambienti finanziari di Wall Street.
Epstein entra così in Bear Stearns, una delle più importanti banche d’investimento dell’epoca. Nel 1982 fonda la propria società di consulenza finanziaria, la J. Epstein & Co., che dichiara di gestire patrimoni per clienti dal valore complessivo di circa un miliardo di dollari.
L’ex insegnante diventa rapidamente un nome noto nell’alta società newyorkese.
L’ascesa nel gotha e le amicizie eccellenti
Negli anni Ottanta e Novanta Epstein costruisce un’immagine di finanziere brillante e filantropo eccentrico. Acquista residenze di lusso a Manhattan, Palm Beach, nel Nuovo Messico e nei Caraibi. Nel 1987 entra nel consiglio della New York Academy of Art, istituzione co-fondata anche da Andy Warhol.
Nel 2002 il New York Magazine gli dedica un ritratto lusinghiero, descrivendolo come un uomo con “soldi da buttare, una flotta di aeroplani e un occhio attento per le donne”. Nell’articolo compare anche una citazione dell’allora imprenditore Donald Trump: “Conosco Jeff da 15 anni. Ragazzo fantastico. È molto divertente stare con lui. Si dice addirittura che gli piacciano le belle donne tanto quanto me, e molte di loro sono più giovani”.

Trump, in seguito, prenderà le distanze dal finanziere, affermando di aver interrotto i rapporti nei primi anni Duemila e negando qualsiasi coinvolgimento illecito.
Epstein frequenta ambienti trasversali: nel 2002 vola in Africa con l’ex presidente Bill Clinton e con gli attori Kevin Spacey e Chris Tucker. Intrattiene rapporti con il produttore Harvey Weinstein e con il politico britannico Peter Mandelson. Tra i nomi emersi negli anni figurano anche imprenditori e figure di primo piano della politica e dell’economia globale.
Le prime accuse e il controverso patteggiamento
La svolta arriva nel 2005, quando i genitori di una ragazza di 14 anni denunciano Epstein per abusi sessuali nella sua villa di Palm Beach. Le indagini portano all’emersione di numerose testimonianze di minorenni che raccontano episodi simili.
Nel 2008 il procuratore federale Alexander Acosta raggiunge un accordo con la difesa: Epstein si dichiara colpevole di due capi d’imputazione a livello statale per induzione alla prostituzione. La condanna è di 18 mesi di carcere, in larga parte scontati con regime di semi-libertà.
L’intesa — che secondo successive ricostruzioni avrebbe interrotto un’indagine federale più ampia e protetto anche eventuali co-conspiratori, tra cui la compagna Ghislaine Maxwell — suscita forti polemiche e verrà anni dopo duramente criticata.
Nel 2009 l’accordo diventa pubblico. Decine di donne avviano cause civili contro Epstein, molte risolte con transazioni extragiudiziali. Nel 2011 lo Stato di New York lo classifica come “sex offender” ad alto rischio.
Le denunce rimaste inascoltate
Successivamente emerge che già nel 1996 Maria Farmer, allora collaboratrice di Epstein nel settore artistico, aveva segnalato all’FBI presunti interessi del finanziere per materiale pedopornografico. La denuncia non produsse conseguenze immediate.
Secondo legali delle vittime, un’azione tempestiva avrebbe potuto prevenire centinaia di abusi negli anni successivi.
L’arresto del 2019 e la morte in carcere di Jeffrey Epstein
Nel luglio 2019 Epstein viene arrestato a New York con l’accusa federale di traffico sessuale di minorenni. L’inchiesta descrive un sistema strutturato di reclutamento di ragazze giovanissime, spesso provenienti da contesti vulnerabili.
Il 10 agosto 2019, mentre è detenuto al Metropolitan Correctional Center, viene trovato morto nella sua cella. Le autorità parlano di suicidio, ma le circostanze — malfunzionamento delle telecamere, controlli carcerari irregolari — alimentano dubbi e teorie alternative che ancora oggi circolano.
La sua morte non ferma il procedimento giudiziario: nel 2020 viene arrestata Ghislaine Maxwell.
Il processo e la condanna di Ghislaine Maxwell
Maxwell, figura centrale nell’entourage di Epstein, viene accusata di aver reclutato e adescato minorenni. Nel dicembre 2021 una giuria la riconosce colpevole di cinque capi d’imputazione, tra cui traffico di minori a scopo sessuale.
Nel 2022 viene condannata a 20 anni di carcere. La sentenza diventa definitiva. Durante il processo emergono dettagli sul ruolo organizzativo di Maxwell, descritta come coordinatrice sociale e manager delle proprietà del finanziere.
Gli “Epstein files”: trasparenza o nuova controversia?
Durante l’ultima campagna presidenziale statunitense, Donald Trump promette la pubblicazione completa dei documenti sul caso. Nel novembre 2025 il Congresso approva una legge che impone al Dipartimento di Giustizia di rendere pubblici i materiali, salvo eccezioni legate a indagini in corso.
Da allora sono stati diffusi milioni di file. I documenti illuminano la rete di relazioni di Epstein e la dimensione sistemica degli abusi, ma includono anche riferimenti a numerose personalità pubbliche — tra cui Bill Clinton, Donald Trump, il principe Andrea, Elon Musk, Bill Gates e l’allora segretario al Commercio Howard Lutnick.
Per nessuno di questi nomi risultano accuse formali legate ai crimini di Epstein, ma la sola citazione nei file ha avuto un forte impatto mediatico e politico.
Le critiche delle vittime
La pubblicazione non è stata accolta unanimemente. Diverse vittime hanno criticato la scelta di diffondere documenti che, a loro dire, espongono i loro nomi mentre tutelano quelli degli uomini che le avrebbero abusate.
Il Dipartimento di Giustizia ha precisato che la legge imponeva la pubblicazione integrale del materiale ricevuto dall’FBI, compresi documenti potenzialmente falsi o manipolati.
Disinformazione e fake news
La mole dei file ha alimentato anche una vasta ondata di disinformazione online. Tra i casi più eclatanti, immagini generate con intelligenza artificiale che ritraggono personaggi pubblici accanto a Epstein senza riscontri documentali.
Sono circolate, ad esempio, foto alterate del sindaco di New York Zohran Mamdani e immagini manipolate che mostrerebbero Nigel Farage con il finanziere. Un’altra falsa narrazione sostiene che Epstein avrebbe inscenato la propria morte e vivrebbe in Israele: teoria priva di prove, ma amplificata dai social network.
Jeffrey Epstein: un caso che non si chiude
A distanza di anni dalla morte di Jeffrey Epstein, il caso resta una ferita aperta nella società americana. Gli “Epstein files” hanno contribuito a fare luce su una rete di abusi sistemici e su un sistema che, per anni, ha protetto un uomo potente.
Allo stesso tempo, hanno riacceso interrogativi su responsabilità politiche, giustizia selettiva e tutela delle vittime.
Il nome di Epstein, ormai, non è soltanto quello di un finanziere caduto in disgrazia, ma il simbolo di un intreccio oscuro tra potere, impunità e silenzi istituzionali.






