Teheran, 13 gennaio 2026 – Le recenti proteste che scuotono la Repubblica Islamica dell’Iran trovano radici profonde nella frustrazione interna, ma emergono anche nuove dinamiche geopolitiche legate a campagne di influenza esterna. Un’inchiesta di Haaretz, aggiornata e ampliata con dati recenti, rivela come Israele abbia promosso la figura di Reza Pahlavi, erede dell’ultima dinastia scià, attraverso una complessa operazione digitale, alimentata da intelligenza artificiale e reti di account falsi, con l’obiettivo di favorire un’alternativa al regime attuale.
La figura controversa di Reza Pahlavi e la sua ascesa mediatica
Reza Pahlavi, nato nel 1960 a Teheran, è l’unico erede maschio della dinastia Pahlavi, che regnò sull’Iran fino alla rivoluzione islamica del 1979. Dopo l’esilio negli Stati Uniti, dove vive tuttora, ha tentato più volte di incarnare un ruolo politico, proclamandosi nel 2013 leader del Consiglio nazionale per elezioni libere e, più recentemente, dichiarandosi pronto a guidare un governo di transizione dall’esilio parigino. La sua immagine, pur controversa, è tornata prepotentemente alla ribalta durante le proteste di massa nate nel 2022 con il movimento “Donna, Vita, Libertà” e amplificate dal conflitto con Israele nel 2025.
La popolarità di Pahlavi tra la diaspora iraniana e in alcuni settori della società interna è alimentata da un mix di nostalgia per un passato di modernizzazione e da speranze di riforma democratica. Tuttavia, la sua figura è divisiva: se per i monarchici rappresenta un simbolo di progresso e contatti con l’Occidente, per molti iraniani rimane associata alla repressione della Savak, la temuta polizia segreta dello scià, nota per torture e arresti arbitrari. Pahlavi stesso condanna la violenza e sostiene metodi non violenti e la necessità di un referendum per la transizione politica, distanziandosi dai gruppi armati come i Mojahedin del Popolo.
L’operazione digitale israeliana in Iran
Secondo l’indagine pubblicata da Haaretz nell’ottobre 2025, Israele ha orchestrato una campagna di influenza digitale su larga scala per promuovere l’immagine di Reza Pahlavi come alternativa legittima al regime iraniano. Tale operazione è stata ben visibile soprattutto su piattaforme social come X (ex Twitter) e Instagram, grazie all’uso di una rete di “avatar”: profili falsi creati con l’obiettivo di simulare cittadini iraniani che condividono contenuti a favore della monarchia e di Pahlavi, diffondendo anche video generati da intelligenza artificiale.
La campagna si è intensificata in concomitanza con eventi chiave come la visita ufficiale di Pahlavi in Israele nel 2023, dove venne accolto da figure di spicco come Gila Gamliel, allora ministra dell’Intelligence. In quell’occasione, Pahlavi si è presentato come promotore di pace, democrazia e diritti umani, citando esempi storici di lotte non violente per il cambiamento politico, ma sottolineando anche la necessità di un sostegno internazionale, giustificando così la collaborazione con Tel Aviv.
L’uso di contenuti digitali sofisticati ha raggiunto l’apice durante il conflitto israeliano-iraniano del 2025, in particolare durante l’attacco alla prigione di Evin a Teheran, dove sono detenuti dissidenti politici. Fonti del Citizen Lab dell’Università di Toronto hanno documentato la diffusione in tempo reale di video deepfake e messaggi di incitamento alle proteste, suggerendo una conoscenza anticipata degli attacchi da parte degli operatori della rete digitale. I video più virali ritraevano Netanyahu, Gila Gamliel e Pahlavi in una Teheran “liberata”, mentre altri contenuti parodici raffiguravano il leader supremo iraniano Khamenei in chiave satirica.
Il contesto delle relazioni internazionali iraniane e le reazioni interne
Le relazioni diplomatiche dell’Iran sono da decenni caratterizzate da una forte diffidenza verso le ingerenze straniere, radicata in una storia di occupazioni e colpi di Stato, come quello del 1953 orchestrato da Regno Unito e Stati Uniti per deporre Mohammad Mossadeq. Dopo la rivoluzione del 1979, la Repubblica Islamica ha oscillato tra la volontà di esportare la rivoluzione islamica e la necessità pragmatica di mantenere rapporti economici e politici con altre nazioni.
Nonostante questo, la percezione interna rimane fortemente sospettosa verso qualsiasi intervento esterno, soprattutto occidentale o israeliano, considerato un tentativo di indebolire il regime attraverso destabilizzazioni artificiali. Allo stesso tempo, la pressione economica, il deterioramento della valuta (rial), e il malcontento diffuso hanno alimentato un terreno fertile per proteste che non possono essere ridotte a semplici manipolazioni esterne.
In questo scenario, la campagna pro-Pahlavi si inserisce come un esempio di ingerenza “accettata” o tollerata da alcune cancellerie e media occidentali, in contrasto con la condanna unanime delle ingerenze russe o di altri attori nel mondo. Questo doppio standard solleva importanti questioni etiche e politiche, che riflettono i complessi interessi strategici nell’area mediorientale.






